— Spiegatevi: toglietemi d’ansia!
— Io c’ero andato, come v’ho detto, al seguito di messer Gaspare Gozzelini, che il suo padrone spediva inanzi a fiutare il terreno e ad iscuoprire come stessero apparecchiate le cose, prova sia che, in luogo di scendere col suo vero nome al castello signoriale, dove avrebbe avuto posto segnato, e’ chiese asilo ai Minori Osservanti, cui si dètte a credere per un Manfrone Aretusio, che forse non ha mai esistito, fuori che nel suo cervello maliziuto, tutto pieno di quelle trappole, che sanno inventare gli uomini di lettere e di toga.... eravamo a pena nel dormentorio, che un monellaccio, ivi pure giunto e ricovrato di fresco, tentò mettere le ladre zampe nelle tasche di lui per derubarlo: io, comunque al buio, lo indovinai allo strisciar de’ piedi e lo azzannai ben fermo, giusto nel punto in cui stava per fare il suo fiocco.... il convento si levò a romore; accorsero i frati; accorse il Gozzelini, ch’era uscito per certe non so quali sue faccende; ed accorse eziandio il padrone del ragazzo da me colto in flagrante.... questo padrone era una mia vecchia conoscenza, mastro Pellegrino di Leuthen, un tedesco che bazzicava frequentissimo in casa il mio ottimo signore di Camia e che io ho sempre ritenuto per uom dabbene e da potersene fidare.... per questo mi portai garante al Gozzelini non solo di lui ma anco del suo valletto, il quale era un giovincello tra i diciotto e i vent’anni, affatto imberbe e con la faccia già per sè brunazza e olivigna tutta impillaccherata di negro untume, come fosse un magnano od un carradore.
— E chi era? — chiese con premura l’Anguissola.
— Consentite, messere — fece il gigante — ch’io proceda col più d’ordine che posso, se non volete mi confonda per via e più non sappia dove vado a riuscire col naso.... vi basti che, da quel momento, cominciarono le mie madornali imprudenze.... la prima è stata quella di dar retta alle scaltre sobbillazioni del segretario di don Ferrante Gonzaga.
— E cosa tendevano? — interrogò Neruccio.
— Eh, messere — gli rispose Terremoto — alla cosa più giusta, più onesta, più santa di questo mondo.... tendevano a farmi dimandare udienza al sommo imperator Carlo V, onde rivelargli tutto quanto era occorso alla mia povera signora, in causa del figliuolo del papa, e a dimandargli protezione a vantaggio di lei.... ben mi pareva che, trovandosi donna Bianca al securo, e omai da oltre due anni, presso la corte del magnifico signor duca di Ferrara, non ci fosse proprio il bisogno di una simile pratica; ma il segretario, col suo dire condito e artifizioso, tanto me ne seppe infinocchiare e su le braccia lunghe della famiglia Farnese, e su i possibili tradimenti de’ piccoli signori, e su questo e su quest’altro, che io cascai tutto d’un pezzo nel bertovello e mi lasciai trascinare sino dinanzi allo imperatore.
— E all’imperatore diceste ogni cosa?
— Il gran tutto, messere.
— E la chiamate una imprudenza cotesta?
— Sì, messere, perchè, intanto, se la faccenda è stata riferita al signor duca di Castro, io ho, come si usa dire, dato de’ calci al cane addormito e richiamatolo su le nostre peste; e poi, a non contar altro, ho indicato a tutto quel nugolo di gente attornianti il sovrano che madonna Bianca trovasi adesso a Cremona, e precisamente insieme alla corte della signora duchessa d’Este, per cui chiunque le voglia male sa dove si ha da dirigere per trovarci il suo conto.