Mai più s’imaginava il dabbene, che qualcuno degli uomini, spediti dal duca in soccorso de’ Fieschi e ch’erano retrocessi prima di lui, si fossero informati, inanzi di partire da Genova, dei particolari della morte di Gianluigi e ne potessero additare in lui l’uccisore.
Invece, tanto appunto era intervenuto e Pierluigi Farnese, che avea risaputo ogni cosa, non solamente sentivasi animato dal più acerbo sdegno contro di lui, ma eziandio contro il conte Anguissola ed il capitano Giovanni Osca, di cui egli era riconosciuto a corte come familiare e valletto.
Ned era questa la prima volta che Pierluigi concepiva sospetti sul conto di Terremoto.
Sin da quando lo rivide in Piacenza a’ fianchi di que’ suoi due capitani, gli parve di riconoscere in lui il formidabile gigante che — a due riprese — prima a Castell’Arquato, poscia a Perugia — gli aveva strappato di mano la giovine della Staffa.
Ma sì lungo tempo era intercorso, da un lato; dall’altro, non stimando di averlo più a temere; punto o ben poco se ne curò.
Adesso, per altro — udendoselo denunziare quale suo perseverante nimico e ministro primo di un delitto di sangue, che rovesciava, a un tempo, uno dei suoi piani meglio combinati — tutto il suo antico livore gli si risvegliò nell’animo feroce e — dal letto, su cui lo teneano chiovato gli abituali malanni — impartì l’ordine al Bombaglino ed al Trentacoste che — se mai quel furfante osasse ripresentarsi a Piacenza — venisse tosto arrestato e tradotto nelle carceri della cittadella.
Quando, dunque, il buon Terremoto — insciente affatto del destino che l’aspettava — fece ritorno in Piacenza, ivi trovavansi già in agguato gli sgherri dei due capitani del duca, pronti a rovinargli addosso a pena venisse loro dato di scorgerlo.
E siccome — dalle descrizioni, che ne avea fatto il medesimo duca, e dal ricordo di quanto era toccato a parecchi di loro nell’osteria della Magione, al Bombaglino in ispecie — sapevano con che razza d’uomo avessero a fare; ci si erano messi in molti, ed armati tutti sino ai denti, e muniti di un intero arsenale di funi e di catene, perchè — ad ogni modo — non riuscisse a scappar loro dall’ugne.
Nè, infatti — malgrado la sua forza fenomenale — egli vi riuscì.
Inerme affatto, sovraccolto alle spalle da mezza serqua di quegli eroi, imbavagliato, stretto da ceppi e da corde, alle braccia e alle gambe, prima ancora che avesse il tempo di orizontarsi e di sapere tra quali mani fosse caduto; egli non potè tentare che una debolissima resistenza e — in onta a questa — venne coricato su d’una carriuola, trasportato a braccia in cittadella ed ivi chiuso nella prima carcere che si trovò sgombra.