Al momento in cui Terremoto cadde in balìa dei sbirri di Pierluigi, che potevan essere intorno alle quattr’ore del pomeriggio, il duca — informato dell’avventuroso caso — nissun provedimento volle, o potè assumere a di lui riguardo, dappoichè stesse contorcendosi sotto gli spasimi delle sue sordide malattie e fosse, frattanto, inteso a farsi ripetere e confermare per la millantesima volta l’oroscopo trattogli dal suo astrologo nel 1537 e che leggeva: «Saturnus genituræ Dominus ab Jove recepitus tibi annos pollicetur 70, vel circiter.... Mors tua erat naturalis, sed provenient ex nimia humorum ubertate, seu cattharali suffocatione, aut nimio coitu post crapulam,» e l’altro trattogli cinque soli anni prima e secondo il quale gli era presagito che Venere «tibi gaudia, et corporis salubritatem solito robustiorem pollicetur, dumodo nimiam bibitionem, crapulam, e crebrum, sive nimium coitum effugias» e simili corbellerie.

Terremoto venne però cacciato — come abbiamo detto più sopra — entro il primo carcere, che si trovò spiccio, ch’era una stambergaccia, al pianterreno della cittadella, avente luce da due piccole finestruole aperte su l’alto delle muraglie verso un cortiletto interno, e ch’era tutta quanta ingombra d’arnesi dalle più strane ed orribili forme.

Quella stambergaccia dal pavimento terreo ed umidiccio, dal vôlto basso, schiacciante ed affumigato era, difatti, la camera dei tormenti.

Gli scherani lo aveano, di prima giunta, buttato là dentro, perocchè tutte l’altre prigioni fossero occupate da altrettante vittime della farnesiana tirannide.

Lasciato solo, il gigante si guatò intorno intorno per riconoscere il luogo; osservò e palpò ad uno ad uno — non senza qualche ribrezzo — i cavalletti, gli eculei, le ruote, i cunei, i brageri e gli altri diversi stromenti di supplizio che a quello faceano da mobiliare e — visto giacere in un canto un saccone rimborrato di paglia, che — in mancanza di meglio — potea fungere da letto; com’era alquanto stracco per la camminata fornita, vi si sdraiò sopra e — con la tranquilla coscienza del giusto, malgrado i pericoli di morte, da cui era intorniato — non istette guari a lasciarsi vincere dal sonno.

Stringendo il verno, la notte era presto calata.

Terremoto dormiva forse da un paio d’ore, quando si destò di sobbalzo sotto l’impero di un pauroso sognaccio, che avea attinto tutte le proporzioni e i caratteri dell’incubo. Pareagli, dormendo, d’essere, a sua volta — come avea visto il misero suo signore Giovanni Camia — legato in croce a due legni e, da un orda di satanassi e di gnomi, che gli sputavano in faccia faville e brage ardenti, mutilato e scuoiato vivo.

L’orrore lo fece levar su un cotal po’ sul suo giaciglio di paglia e starvi alquanto tra lo sdraiato e il seduto, come in trepida attesa.

In quella tenzione de’ sensi, frammezzo il perfetto silenzio che regnava per la cittadella, gli giunse all’orecchio un gemito così fioco, così a pena percettibile, che sembrava un sospiro.

Prestò maggiormente attenzione e il gemito si rinnovò; catellon catellone si trascinò verso la parte, d’onde parea provenisse, e lo udì ripetersi anche più distinto, ed allora — per una di quelle repentine intuizioni, che son pur nel vero, ma delle quali arduo riesce il rendersi un conto esatto — credette riconoscere in quel languidissimo suono la voce della diletta sua signora.