Nè un siffatto pensiero gli ebbe così tosto attraversato il cervello che la riflessione soccorse a dimostrarglielo oltremodo fondato. Bianca era stata rapita da Castel Leone per ordine, al certo, di Pierluigi Farnese; Bianca trovavasi, dunque, in balìa di costui: nulla, quindi, di più naturale ch’ella pure gemesse sepolta entro quella tomba di vivi.

Ma un uomo della devozione, del carattere, della tempra, delle abitudini di Terremoto non poteva, non doveva arrestarsi a quelle semplici deduzioni. Sinchè si fosse semplicemente trattato di lui, egli poteva benissimo, con quella trascuranza ch’era un pochino distintivo de’ tempi, lasciar correre le faccende per la loro china ed anco affrontare indifferentemente la morte; ma — dappoichè si trattava della sua signora — mutava specie; bisognava, a ogni costo salvarla.

Il dubio di pigliar equivoco, di cadere in errore, non gli si affacciò tampoco alla mente: questa — o piuttosto il core — gli aveva detto che la sua vicina di carcere doveva essere Bianca della Staffa ed omai gli parea cosa certa quanto una verità matematicamente provata.

Non gli rimaneva, quindi, che trovare il modo di trarla a salvamento ed — anzitutto — quello di avvicinarla e parlarle, nè per ciò poteva scorgerne uno diverso dallo aprirsi un adito nel muro e penetrare sino a lei.

Chiunque altro si sarebbe sgomentato così ad un tanto temerario proposito, da non tentarlo neppure; ma Terremoto no.

Egli, invece — giovandosi del poco lume, che piovea nello stanzone dalle due finestruole — e che le nevi rendevano meglio efficace — trascelse, fra gli arnesi di tortura, ond’era circondato, tutti quelli che più potevano servirgli alla bisogna, come a dire: cunei e pungiglioni di ferro, mazzuoli e bracci di leva, e — con essi — si riaccostò di nuovo al punto della parete, da cui aveva udito più sensibile il gemito della supposta prigioniera, e si accinse risolutamente all’arduo suo cómpito.

Non rompeva ancor l’alba che egli già lo aveva ultimato.

Un foro riquadro d’un metro circa per ciascun lato lo metteva in comunicazione diretta con l’ambiente, da cui gli era giunto all’orecchio il gemito rivelatore.

Vi entrò carpone.

Non s’era ingannato.