In quell’ambiente trovavasi Bianca della Staffa, con tra le braccia una piccola creaturina. Senonchè l’ambiente, invece d’una prigione, era una magnifica ed ampia stanza da letto splendidamente addobbata, la quale di prigione non avea altro che i robusti usci serrati e le grosse spranghe di ferro che ne sbarravano le finestre.

Tenuta desta dallo inconsueto e strano martellare di Terremoto — da molte ore — stava Bianca vegliando, sospesa sempre, tra la paura e la speranza.

Dire quale tumulto di affetti suscitasse nel di lei animo l’apparizione improvisa del suo antico e fedele familio, non è attributo concesso alla fredda parola del narratore.

Ella fu sul punto di svenire.

Terremoto si struggeva pel desiderio di interrogarla. Ma, in quel medesimo punto, un pallido raggio di sole, che penetrava per le socchiuse imposte ed uno scricchiolìo, che si fece sentire nella camera attigua, lo consigliarono a temporeggiare e a riguadagnare sollecito la propria prigione, dopo aver mormorato all’orecchio della signora.

— Tenetevi pronta!... bisogna scappare!

Lo scricchiolìo era prodotto da una chiave che girava nella toppa.

A pena, infatti, Terremoto fu rientrato nella camera dei tormenti, che l’uscio se ne schiuse ed un grosso omaccione, dalla grinta tutta butteri di vaiuolo e bitorzoli vinosi, vi si fe’ inanzi, dondolandosi a mo’ d’un papero, e recando nell’una mano una scodella di cattiva zuppa e nell’altra un piccolo orcio ripieno d’aqua.

Il mazzo di chiavi che gli penzolava dalla cintola lo denotava a sufficienza pel carceriere.

Costui s’introdusse sbadatamente nella sala della tortura, senza sapere con quale razza d’uomo si avesse da fare.