I berrovieri che, il dì inanzi, s’erano impadroniti di Terremoto — cacciatolo entro quella sala, come l’unica spiccia, e scioltolo affrettatamente de’ molti vincoli, onde lo aveano stretto — non ad altro pensarono se non ad uscirne, con l’ali ai piedi, ed a rinchiuderne la porta a chiavistello con la chiave che trovavasi di consueto in su la toppa e che — solamente dopo quella cattura — l’uno d’essi tolse dalla serratura e consegnò al carceriere, affinchè l’aggiugnesse allo enorme suo mazzo, ma senza — per altro — porgergli schiarimento ed aviso alcuno circa il novello suo carcerato.
Egli è però — ripetiamo — che costui si fece innanzi, con la sua brocca d’aqua nell’una e la sua scodella di melopia nell’altra, senza dubitare, nemmeno per sogno, d’aversi a trovare di fronte d’un uomo, che — se manco ignorato — potea lasciare di sè la fama istessa del mitologico Ercole e del biblico Sansone.
Questi — per contro — era tanto in su lo aviso che — fossero pur stati dieci, e non uno solo, gli uomini, che sovraggiungevano a visitarlo — egli avea già seco medesimo divisato di combatterli e sterminarli tutti.
Figuriamoci poi trattandosi di uno solo!
Povero carceriere!
Non era egli, infatti, così entrato nella prigione e mentre stava tuttavia girando intorno intorno l’occhio imbambolato, per riconoscere il suo nuovo pigionale; che due branche di ferro lo azzanarono a’ lombi e, sollevatolo di pianta, lo slanciarono a fracassarsi il cranio contro i denti ferrati d’una ruota da supplizio.
Il misero — a pena si sentì, in tal maniera, aggredito — lasciò cascarsi l’orcio da un lato e la scodella dall’altra ed — agitando disperatamente le braccia — raccolse tutto il fiato, che avea ne’ polmoni, per mandar fuori un alto grido d’all’arme; ma fu sì rapido ed inaspettato l’attacco, che il grido gli morì in un rantolo nella strozza.
Battendo con la nuca sul ferreo ordegno, contro il quale Terremoto lo avea scaraventato di tutta forza, l’osso craniale gli si spaccò in due, come una boccia incrinata, e le cervella schizzarono a bruttare le pareti ed il pavimento della lurida stanza.
Vistolo immoto, il gigante gli fu immediatamente sopra, gli staccò dalla cintola il mazzo delle chiavi; indi volò alla porta, rimasta semichiusa.
Ne uscì pian piano, la rinchiuse e la chiavistellò.