— Appunto, quello smargiasso, quel cospettone, quello ammazzasette e storpiaquattordici del tuo figliuolo.... noi lo abbiamo ridotto al dovere... egli è laggiù, poco stante da Revigozzo, legato come un prosciutto mani e piedi ad un albero, che aspetta la sua sentenza.
— O Vergine Santa da’ sette dolori! — si dètte a gemere il meschino.
— Se parli — insistè cinicamente il Nicelli — sciogliamo lui pure e, prima che aggiorni, tornate a ritrovarvi uniti nella vostra capanna; se no, tienlo per ispacciato insieme a te e alla tua vecchia.
— Oh, ma no... ma no — mormorò l’ottuagenario, cominciando a sbattere i denti un po’ pel freddo, un po’ pel terrore — voi lo dite per spaurirmi; ma non è vero, non può esser vero!.... il mio Arcangelo è troppo destro, è troppo forte per lasciarsi pigliare.... e poi chi siete voi per volerci sì male.... a noi, povera gente?
— Chi sono?.... non mi riconosci alla voce?
— No, no.... prima d’ora non l’ho mai più udita!
— Sono Giovanni Nicelli.... il conte di Monte Ochino!
A questo nome, il disgraziato Luca Rinolfo rimase mutolo, allibito, con gli occhi sbarrati come se avesse dinanzi la Versiera.
E non c’era a stupirne.
Quanta fama godeva suo figlio di coraggioso e di forte per tutta la valle di Nure, altrettanta il Monte Ochino di feroce e di tristo. — Le costui minacce, che il vecchio s’era sforzato di considerare sino allora come un semplice spauracchio, gli apparvero in quel momento in tutta la loro disperante realtà; dietro gli sgherri che gli facevano corona gli parve scorgere orrendamente squarciati e sanguinanti i cadaveri della moglie e del figlio; sentì la fredda lama del suo carnefice penetrargli nel cuore: e lo spavento, l’angoscia lo vinsero così che si mise a piangere e a tremare in tutta la persona, come scosso dalla terzana.