Il Nicelli ghignò di diabolica gioia: quel pianto, quel tremito segnavano il suo trionfo.
Raddolcendo però del proprio meglio l’aspro metallo della voce:
— Perchè accuorarti? — gli disse — la tua sorte e quella de’ tuoi non è forse in tue mani?.... parla, e non avrai più nulla a temere nè per te, nè per loro.
— Ma, Eccellenza — balbutì, fra singhiozzi, il misero Luca — se v’hanno dato a credere che io vi possa giovare in cotesto, foste tratto in errore.... io so nulla; vi assicuro, Eccellenza, che so proprio nulla!
Era un ultimo tentativo.
— Ah, ti ostini in siffatto modo? — ruggì il Nicelli con piglio rabbioso — e facciamola dunque finita!
E, voltosi a due de’ suoi:
— A te, Bislacco da Grondone — disse loro — subito al tugurio di costui e scannami quel suo carcame di vecchia.... e tu, Picchione Scianchino....
— No, no.... — lo interruppe allora il vegliardo, stendendo le ignude braccia fuor del lenzuolo — no, magnifico messere... che restino, che restino e... dirò tutto!
— Ah, finalmente! — mormorò fra sè stesso lo scellerato e si pose in ginocchio per non perdere nessuna delle parole di Luca.