Terremoto che — lunghesso la via fornita — erasi andato agguerrendo ed armando di tutto punto, onde essere parato ad ogni possibile evento; s’impostò all’omero un grosso moschettone, sul quale s’era finallora appoggiato e stette in attesa.

Quando l’ibrido personaggio, gli fu a portata dell’arma:

— Chi sei? cosa vuoi? — gli gridò con voce tonante.

— Ah, vi riconosco — gli rispose una voce rauca e belante — siete voi, finalmente, Arcangiolo!

— Ma io non riconoscovi — fece Terremoto, senza levarsi il moschetto di spalla — e se non vi decidete a ragguagliarmi, e presto, sul vero esser vostro, giuro al cielo che....

— Non vi mettete in collera, per mia cagione... oh, sarebbe il peggio de’ spropositi, in cui poteste incapare!... io non vi sono nimico; al contrario, vengo a voi per faccenda, che v’ha a destare sommo interesse; vengo a voi per incarico espresso di messere il conte Giovanni Camia, il Grosso, buon’anima sua!

— Messere il conte?... ma egli è morto da omai nove anni buoni!

— Ed egli è appunto dal momento della sua morte, che io tengo questo incarico per voi.

— Ma il vostro nome; dunque?

— Domine! e che non l’avete per anco indovinato? ma sono Stefanaccio, il solo superstite de’ batellieri al navalestro della Nure, tra Camia e Borgo San Bernardino.