— Oh, che Iddio vi danni — borbottò Terremoto — e perchè non dirmelo a tutto prima?
E si rimise l’arma al piede, lasciando così che il mal sagomato navichiere potesse accostarglisi liberamente.
Come gli fu così presso da poterne ben scorgere e riconoscere le laide sembianze:
— Ah, siete proprio voi — riprese — non c’è rischio di prendere equivoco.
Forse al lettore sarà caduto di mente; ma noi traemmo Stefanaccio in iscena sin dal principio di questa nostra narrazione. Lo abbiamo visto assistere alla tortura ed alla morte di Giovanni Camia, del quale era, a un tempo e vassallo e figlioccio, e fargli un solenne giuramento, cui la sua natura sovrammodo superstiziosa non gli avrebbe consentito di mancare.
— E voi dite — continuò il gigante — che venite a me con un incarico di messere il conte, già mio ottimo e riverito signore?
— Sì, Arcangiolo mio — rispose il batelliere — ed un incarico che, da nove anni, mi pesa su la coscienza peggio del più grosso tra i sette peccati capitali.
— E qual è, dunque? sentiamo!
Lì Stefanaccio gli narrò, in prima, tutte le sevizie e i maltrattamenti, onde i Nicelli aveano reso vittime il loro antico signore e, quando fu a dire del momento, in cui quella nidiata di malandrini, chiamati dai due dei loro, abbandonarono, d’improviso l’accampamento, non lasciandovi, a vegliarlo, chè un paio di scolte:
— Il conte — seguitò — gemeva e sbuffava corcato supino e col sollione, che gli bruciava dritto dritto la cappa del cervello.... il pover’omo avea una sete da Gesù Nazareno e strillava: «aqua! aqua!» ch’era uno stringimento di core a sentirlo.... Io gliene recai un pochino nella mia fiasca ed, appanciolatomi di costa a lui, glie ne dètti bevere.... Allora e’ mi guatò di sottecche e, riconoscendomi, mi pregò d’un servizio e mi fece giurare su la salvezza dell’anima mia di adempierlo scrupolosamente e di non farne mai verbo se non con la persona, cui m’avrebbe mandato... questa persona, Arcangiolo, siete appunto voi.