— E cosa vi commise di dirmi?

— Siamo qui al punto.... Io vi ripeto le sue parole, una ad una, tali quali gli uscirono allora di bocca.... Bada, Stefanaccio; mi disse, a pena tu mi veda, e mi sappia finito, e corri subito a casa di Arcangelo Rinolfo, il figliuolo dello antico mio castaldo, e a quattr’occhi, senza che manco l’aria possa portarti via una parola, digli che, nel core della notte, si rechi guardingo alla torre Farnese... sapete bene dov’è la Torre Farnese?

— Sì, sì — rispose Terremoto.

— Adesso la è compiuta e ci risieggono anco dentro que’ cari commessari di Sua Magnificenza il serenissimo nostro novo duca, che, per spellare i poveri valligiani, sono il flagello vero di questi nostri paesi; ma allora e’ non n’erano gittate che le fondamenta.

— Tirate inanzi, Stefanaccio.

— Che si rechi dunque di notte alla Torre e scenda nella casamatta di destra, verso mezzodì... al piè della scaluccia, che vi conduce, si situi dritto col tallone proprio rasente l’ultimo gradino e muti cinque passi in avanti.... a capo di questi, si pieghi e presso lo zoccolo troverà una pietra del pavimento con in mezzo un piccolo foro.... v’insinui un uncino, un ferro qualunque e tragga a sè la pietra, che cederà facilmente.... sotto, c’è un còfano di legno di sandalo a chiodetti di argento.... lo prenda, lo porti seco cautamente, e vada subito a consegnarlo a donna Costanza Sforza di Santafiora, signora di Castell’Arquato, dicendole: «questo è il cofanetto, di cui voi tenete la chiave?»

— Eh sì, donna Costanza.... ma già da due anni, anche donna Costanza non è più di questo mondo!

— C’è bene sempre il su’ figliolo, messer il conte Sforza Sforza, che, avendone redato tutte le signorie e sostanze, terrà certo in sue mani anche quella tal chiave!

— Per la croce.... che mistero c’è sotto in cotesto?

— Grave di molto, Arcangelo, pe’ giuramenti sacrosanti che il povero messer conte esigette prima di confidarmi il suo segreto.