Era Olimpia de’ Marazzani.

Partecipò, lì per lì, tale sua scoperta all’amico, il quale — almanaccando in quel punto quale potess’essere la donna, che diceasi fuggita insieme a Terremoto — ne fu tratto a conchiudere che — se non era Olimpia — doveva essere necessariamente Bianca.

E un simile persuadimento gli cacciò una spina nel core.

Il duca li ricevette, con apparenza di cordialità e di sodisfazione; ma non senza un cotal ghignolino sarcastico e malauguroso, che lasciava indovinare com’e’ sapesse, o sospettasse almanco, la parte tutt’altro che propizia a’ suoi fini ch’eglino aveano sostenuto nelle cose di Genova.

E così Neruccio, come l’Anguissola lessero chiaro in quel ghigno la loro sentenza: la mano, che loro stendeva il principe, era coperta di un morbido guanto di velluto; ma quel guanto celava a stento artigli di ferro acuti e retrattili.

Bisognava pensare a uno scampo.

Mentre stavano interrogando questo e quello su i casi, di cui aveano inteso ciaramellare popolino e sbirraglia; un novo personaggio fece irruzione nella grande sala ducale. Era il Trentacoste.

Pierluigi — malgrado gli acciacchi, che lo chiovavano su l’ampio suo seggiolone — si drizzò in piedi sollecito e mutò un passo per muovergli incontro.

— Ebbene? — domandò ansioso al suo capitano.

Costui gli si abassò quasi all’orecchio, susurrandogli alcune parole, che a lui dovettero tornare oltremodo gradevoli, poichè: