— Potenzinterra! — sclamò, giugnendo le mani in atto di gioiosa meraviglia — tu se’ così fortunato e felice nelle intraprese tue, Trentacoste, ch’io vuo’ perderci il nome se non ti fo’ patrizio e cavalier speron d’oro.... comecchè vi si opponga il tuo nascere e poco legittimo e niente affatto illustre!
— Vostra Magnificenza mi ricolma — fece inchinandosi, lo scherano.
— Sei tu, invece — gli rispose il duca, stendendogli amichevolmente la mano e riassidendosi barcollante — sei tu, che ricolmi il tuo sovrano di gioia, e il tuo sovrano, rammentalo bene! non iscorda mai nè i buoni servigi nè i tradimenti e sa, del paro, compensare gli uni e gastigare gli altri!
E, in ciò dire, lanciò una bieca occhiata su l’Anguissola.
Il conte strinse di sottomano il gomito all’amico e gli mormorò:
— È d’uopo romper gl’indugi!
Ed uscirono, senza nulla aver potuto appurare delle dicerie che li interessavano.
Una volta fuori del palazzo, l’Anguissola si portò alla propria casa, d’onde spiccò immediatamente un corriere suo fidato a don Ferrante Gonzaga a Milano.
Con questo principe egli aveva già scambiato molti propositi per liberare Piacenza dalla odiosa signorìa farnesiana e darla in sudditanza dello impero.
Vari — come già ci accadde indicarlo — erano gli argomenti di livore che il governatore di Milano covava in animo contro Pierluigi Farnese. Oltre a’ dissensi avuti secolui pel Priorato di Barletta e i possessi Dalvermeschi del Romagnese, altri motivi di dissidio faceva sorgere egli medesimo adesso, con le sue pretese sul castello di Poviglio e le terre di Soragna scadute dai Lupi nei Meli. Ed, a maggiormente aizzare il suo imperiale signore contro il novo duca di Piacenza, non ristava dal mettergli continuamente sott’occhio i costui amori per la casa e la signoria di Francia, e la sua immistione nella congiura de’ Fieschi, e il malgoverno che faceva delle cose e de’ sudditi, ond’era stato infeudato.