Carlo V chiudeva un orecchio ed apriva l’altro a siffatte denunzie e — se esitava nel dare un assenso alla macchinazione tramata dal suo luogotenente contro colui, ch’egli s’ostinava a chiamar sempre: il duca di Castro — era unicamente in riguardo della propria figlia Margherita, che — volere o volare — trovavasi stretta a costui con vincoli di sangue.
Ma — dinanzi alla ragione di Stato — i vincoli di sangue si allentano sempre e — dàlli e dàlli — anche il sommo monarca di Lamagna finì a lasciarsi cascare il capo sul petto in modo così equivoco, che il Gonzaga s’ebbe tutta agevolezza di prenderselo per un segno adesivo.
S’affrettò, quindi, a intendersi con l’Anguissola e col nostro Neruccio, che il suo fedel Gozzelini gli avea designato come i due uomini meglio acconci a condurre l’ardua faccenda a buon porto.
Ma l’Anguissola — nelle sue trattative col Gonzaga — voleva, a giusto titolo, mandare inanzi il debito di buon cittadino e di patriota alla sodisfazione del proprio risentimento: esigette, quindi, che alla città sua, a lui ed a quanti contava aversi compagni nel periglioso cimento, venissero fatte ampie, profittevoli e secure condizioni.
Le prime di tali condizioni, accettate da don Ferrante, erano contenute in una nota d’istruzioni, che egli stesso dètte al capitano Federigo Gazino e che suonavano così:
«La prima, che mandano ad offerire della città (Piacenza) all’Imperatore, et a me, come suo luogotenente, con che dentro il termine di un giorno mi debbia risolvere di accettarla insieme con le altri conditioni, che si dicono appresso, altramente, che, passato il termine di un giorno s’intendono esser liberi di tale offerta; perchè havendo a far con nemici tanto potenti, non si assecureno di star senza patrone, per non haver forze bastanti a poter difendersi per se stessi, et che quando non possano havere Sua Maestà per patrone, come desiderano essi, non ne mancherà loro degli altri.
«La seconda, che vogliono, ch’io prometta loro di far che tutti i feudatarj così di Piacenza, come di Parma, venghino alla devotione di Sua Maestà, et a quelli che recusassero si confiscassero i beni.
«La terza di far, che Sua Maestà non facci relassar Pierluisi per assecurarsi di non haver andar a dar conto a Parma.
«La quarta, ch’io abbia a procurar, che la città di Parma si reduca alla medesima devotione, et obedientia di Sua Maestà, acciocchè rimanendo quella città sotto altro patrone non havesse a causar guerra nel paese con rovina, et destruttione d’ambedue dette città.
«La quinta, ch’io non habbi a disponer de la persona di Pierluisi finchè detta città di Parma non sia in potere di Sua Maestà.