«La sesta ed ultima, che di quello fussi seguito il dì del caso, o di morti homini, o di guadagni facti non si abbia a parlar, nè cercar conto, ma reputarsi, et tenersi come cose fatte, et acquistate di buona guerra.»
Ed è grazioso l’osservare come ad un omicidio ed un sollevamento di popolo premeditati e, con ogni finezza di avvedimenti e cautele, complottati e condotti, si dèsse lo ingenuo e semplice nome di caso; non altrimenti che, de’ giorni nostri, ad un caso di vaiuolo o di colèra.
Ma di quelle sei condizioni, i congiurati non si chiamarono per sodisfatti. E’ sapeano bene — per lunga sperienza — che — nel volersi sottrarre alle prepotenze di un Pierluigi Farnese, per affidarsi alla protezione di un Ferrante Gonzaga — il misero burchiello delle loro aspirazioni e speranze rischiava molto d’andar sbattuto fra Scilla e Cariddi, imperocchè si potesse dire di quei due che, se quello un galeotto, e questi un marinaro. Laonde — mentre si ribellavano contro le bricconate dell’uno — studiavano premunirsi contro le presumibili insidie dell’altro.
Non tornava, per altro, agevole troppo il condurre don Ferrante a fare in tutto e per tutto il piacer loro e — prima che fossero giunti a mettersi secolui di accordo — ce ne volle del bello e del buono.
Intanto sopravenne novella cagione d’indugio.
Il Duca Ottavio — come n’ha lasciato scritto il buon padre Affò — partitosi dalla Corte Imperiale senza aver nulla rilevato delle trame già ordite giunse in questi giorni a Piacenza vicino al padre. Questo inaspettato arrivo parve di grande ostacolo all’impresa, della quale impazientissimo dimostravasi l’Auguissola, e davasi a conoscere deliberato di ultimarla a tutto costo. Conobbe don Ferrante macchinare i congiurati fra loro di voler ammazzare Pierluigi; della qual cosa mostrò dolersi, e chiesta la mente loro, e raccomandata la persona d’Ottavio genero dell’Imperatore a’ medesimi, ebbe in risposta che non si assicuravano di poterlo salvare.
L’odio dell’Anguissola, semprepiù aizzato dalla recente vista d’Olimpia Marazzani, e quello di qualcun altro fra’ compagni suoi, era giunto a tale, che — ne’ loro sanguinarî proponimenti — e’ chiarivansi pronti ad ogni estremo, pur di finirla. Ma il Gonzaga fece tanto «che promisero di star a segno sino alla partenza di Ottavio.»
Il duca di Camerino arrivò a Piacenza su i primi di agosto, poco dopo, cioè, che sua sorella Vittoria fu andata sposa a Guidobaldo Dalla Rovere, duca d’Urbino, e che il suo fratello naturale Orazio s’ebbe impalmato in Francia la figlia adulterina di re Enrico II e della contessa d’Estampes; e vi si trattenne sino al penultimo giorno del mese istesso, nel quale trasse per alla volta di Roma.
Nel frattempo, e col proposito forse di conciliare un po’ al padre l’animo de’ cittadini, che ben gli riconobbe alieno ed avverso, massime in causa del pazzo dispendio occasionato dalla costruzione del castello; e’ si mostrò oltre ogni dire manieroso ed affabile e cercò mansuefarli con ogni maniera divertimenti e sollazzi, tra cui una grande giostra tenuta il giorno di San Bartolomeo. Ma non approdò: pochissime dame v’intervennero e le sue blandizie caddero tutte a terra come freccie spuntate.