Oltre il Po, tra Piacenza e Casalpusterlengo, sorgeva allora un vecchio castello feudale, di cui si veggono anche oggidì le ruine, che apparteneva a don Luigi Gonzaga, signore di Castiglione delle Stiviere e cognato del conte Giovanni Anguissola.
Ivi — nella notte del 9 settembre 1547 — trovavasi un grosso di signori, per il più piacentini, radunati intorno a due emissarî di don Ferrante, ossia il suo segretario Gaspare Gozzelini, di nostr’antica conoscenza, ed il suo capitano Federigo Gazino.
I signori, che a questi facevan corona, toccavano circa la quarantina ed — oltre il conte Anguissola ed il nostro Neruccio, sempre celato sotto il pseudonimo di Giovanni Osca da Valenza — erano: altri due Anguissola, il conte Francesco Maria ed il cavaliere Annibale; due Cavalcabò, Vincenzo e Carlantonio; due Pallavicino, i marchesi Alessandro e Camillo da Scipione; il conte Olderigo Scotti, il conte Agostino Landi, Giuseppe del Pozzo, Franceschino Malvicini, Gianluigi Confalonieri, Diogene Doria, Vincenzo da Narni, Giuliano Mancini, Gaspare Paveri, Filippo Arcelli, Giulio Ziani, Pierantonio Gramigna, Giorgio di Verona, Gianluigi Lusardi, Francesco Mandola, Battista Rosignoli, Giovanni Buratto, Antonio Mannini, Pietro da Monza, Francesco Dell’Angiolino, Giacopino Musso, il capitano Antonio Ugoni, Ercole Malerba, Girolamo Solero, Aurelio Buzzoni, Domenico Barili, Francesco Maria Marconi, Andrea Bracco ed Opilio Pallini.
Fatto silenzio, dopo un primo scambio di saluti e di strette di mano, il Gozzelini si trasse un largo foglio di tasca e lesse:
«Oltra gli altri capitoli concessi et sottoscritti di mia mano sotto li 30 di luglio proximo passato al conte Giovanni Angusciolo, e agli altri, che intervengono nel trattato di dar a S. M. Cesarea la città di Piacenza, si concedono li due infrascritti: e prometto che S. M. li osserverà, et farà osservare.
«Il primo, che Sua Maestà ridurrà l’entrate di detta città pertinenti alla Camera a quel segno, che erano in tempo che detta città era ad obbedienza della Sede apostolica, et che si exigeranno in quel modo, et forma, et per quella sorta di officiali, et ministri, che si exigevano in detto tempo senza alterar in ciò cosa alcuna.
«Il secondo, che S. M. farà, che tutte le cause da mille scudi abasso s’habino a decidere in Piacenza per li officiali deputati da S. M. in essa città, senza poter essere tirate a Milano, nè in la prima, nè in la seconda, nè in la terza instanza, così come si osservava al tempo della Sede Apostolica.
«Dato a Milano il 3 di agosto 1547.»
Come si vede, l’Anguissola preoccupavasi principalmente degli interessi della sua città natale. Ma tutto ciò non era ancora bastevole per tranquillare le sospettose paure degli uni e per appagare la cupida avarizia degli altri. Di tutti i tempi, le congiure non sono mai altro che la cospirazione ad un medesimo fine di tanti e disparati rancori, interessi e propositi. Chi mira solo a trar vendetta di un nimico aborrito, chi a liberare la patria da una esosa tirannide, chi a salvare sè stesso da minacciata rovina, chi a sgravar di balzelli e la città e gli averi propri, chi un po’ all’uno, un po’ all’altro, un po’ all’altro ancora. Bisognava dunque contentarli tutti, e gli otto capitoli sino allora concertati non riuscivano sufficienti all’uopo. Però l’Anguissola avea, di bel novo ed a lungo, dovuto tirarsi pe’ capegli col governatore di Milano e co’ suoi delegati e non era approdato a qualche buon risultamento, se non giuocando a rimpiattino con la testa del giovane Ottavio Farnese. Aveva detto: «O concedermi quanto desideriamo od ammazziamo anche lui!» E Don Ferrante — onde salvar la testa al genero del suo augusto signore — aveva dovuto concedere.
Finita che il Gozzelini ebbe la sua lettura: