— A domani!... a domani!... — risposero i congiurati.

— Ed ora.... separiamoci!...

Ed uscirono dal castello alla spicciolata.

Capitolo LVI. Dio non paga il sabato.

Arrivato il primo al castello di Luigi Gonzaga, il nostro Neruccio fu l’ultimo ad uscirne. E fu l’ultimo per molte e diverse ragioni. Anzitutto il suo amico Anguissola lo avea incaricato di regolare e dirigere tutto ciò che concerneva quel loro notturno e misterioso convegno. Gli era occorso però di precedervi gli altri, affine di disporre alquanto la sala, che li doveva accogliere, e le scuderie, in cui riporre le loro cavalcature. Così gli facea d’uopo rimanervi dopo tutti, onde chiudere le porte dietro di loro ed invigilare a che nulla mancasse al momento della loro partenza.

Il castello, di cui Luigi Gonzaga avea rimesso le chiavi al proprio congiunto era affatto inabitato e diserto.

Poi, a trattenere Neruccio, concorreva una serie di tristi pensieri, di penosissime conghietture.

Un segreto impenetrabile erasi sempre addensato intorno a Terremoto e alla donna, che, secondo il dire della gente, il colosso avea strappato dalle carceri della cittadella.

Chi poteva essere questa donna?... cos’era accaduto di lui?

Tali le domande, che, da lunga pezza, gli mulinavano in cervello, ed alle quali non avea mai potuto fare nessuna risposta.