E spronò il cavallo al galoppo, e non disse più verbo.
Traversato il Po s’un burchiello menato da quattro uomini della sua compagnia d’arme; e’ giunse pochi istanti dopò a Piacenza.
Nella sua qualità di capitano a’ soldi di monsignore il duca, e’ comandava un corpo di ottanta lanzi, che tenevano caserma presso l’entratura della città. Il suo pensiero di vendetta era infernale.
Arrivato dinanzi alla caserma; smontato d’arcione, trascinandosi dietro Olimpia; penetrò, con essa, dentro i quartieri e — a mezzo del trombetta — fece svegliare e raccorre i propri uomini d’arme.
Come se li ebbe tutti d’attorno, affollati nella più grande sala del luogo, e’ spinse loro trammezzo la Marazzani, sciamando:
— Figliuoli! costei, che vedete sotto abiti d’uomo, non è, invece, che una donna, una giovine donna, che vi abbandono.... fatene ciò che volete.
Olimpia mise un urlo.
E noi tireremo una pietosa cortina su ciò che ne fecero ottanta lanzichenecchi, la maggior parte spagnuoli, svizzeri e tedeschi.
Ed egli — Neruccio — tenendosi, con le bracci conserte, su la soglia del vasto stanzone, assisteva al mostruoso saturnale.
La misera — cui, nella lotta, erano cadute di dosso sino all’ultime vesti — anelante, sfinita, più morta che viva, si dibatteva, si trascinava carpone, cercava inutilmente svincolarsi da’ sordidi amplessi di quei brutali: e’ se la palleggiavano come monelli un cervo volante.