Capitolo VIII. Sorpresa.
La rôcca di Camia — come il dicemmo — sorgeva su la destra riva della Nure ed era un largo edificio quadrato a duplice giro di mura, edificato in pietra serpentina, a listelli e cornicioni di smalagtite d’un lucido verdegrigio scavata su le sponde dello stesso torrente. — I quartieri gentileschi si elevavano s’un pianerottolo riserbato alle genti di servizio ed un sotterraneo, ed avevano sovrapposte le terrazze merlate per le scolte e le vigilie notturne e per la difesa. — La porta maggiore aprivasi su la fronte a settentrione ed una postierla di sussidio a levante verso la Nure, e tutte due mettevan capo, per lunghi e bassi androni, ad un ampio cortile centrale, nel cui mezzo la cisterna ed intorno gli appartamenti. — Nel braccio settentrionale erano la sala d’arme, quella de’ negozi e la biblioteca, che Giovanni il Grosso aveva arricchito di preziosissimi codici e delle migliori opere uscite allora da’ torchi dello Swenynhein, di Giovanni e Vindelino da Spira, di Nicolò Jenson, di Antonio Zarotto, di Giovan Vercelli, di Vincenzo Conti, del Minuciano, del Lavagno del Gallo, del Dolcibello e degli Aldi; a ponente trovavasi il suo quartiere particolare, a levante, verso la Nure, quello di sua nipote Bianca; a mezzogiorno, quello destinato a’ parenti ed agli amici che spesso convenivano al castello. — Una scala di stile bramantesco biforcavasi nel lato del cortile opposto a quello in cui sboccava l’andito principale d’ingresso, e andavasi a ricongiungere s’un pianerottolo a pesanti balaustrate che ammetteva a’ quartieri. Trammezzo le sue due prime branche, incontravasi l’altra scendente a’ sotterranei, nel più riposto de’ quali un pilastro mobile su la sua base mascherava l’entratura della strada secreta, di cui ci accadde parlare nel precedente capitolo.
Questi particolari su l’ubicazione della rôcca di Camia li abbiamo stimati opportuni per agevolare ai lettori la intelligenza dei fatti che siam per narrare.
Correva la quinta notte dalla visita di Pellegrino di Leuthen al signore di Camia e — siccome il suo avviso erasi tenuto in conto di un falso allarme — non rimanevano omai più con le genti del luogo chè Gilberto Camia, Alfisio Malvicino, il Chinello, i due Zazzera e pochi loro seguaci. — I medesimi vassalli del circostante territorio che — al primo sentore di pericolo — avevano dovuto convenire al castello; erano stati licenziati quel giorno stesso in sul cader della sera. — Tra questi, Terremoto, il figlio dello sventurato Luca Rinolfo.
Il cielo non era nuvoloso, ma coperto di una leggera distesa di nebbia biancastra, che ne velava le stelle e metteva per l’aria un caldo sciroccale, afatico e soffocante. — Non spirava alito di brezza. Tutto era immoto e silenzioso, immobilità e silenzio che avevano del malaugurio. — Solo, di tratto in tratto, s’udiva la sentinella ripetere il monotono suo grido di veglia e i cani della rôcca e que’ de’ dintorni risponderle co’ loro prolungati abbaiamenti.
Meno le guardie che presidiavano i terrazzi, tutti gli abitatori del castello trovansi raccolti nelle rispettive loro stanze ed immersi nel sonno. — Se qualcun altro vigilava, era Bianca della Staffa, la giovine e leggiadra nipote di Giovanni il Grosso, la quale — con quello istinto divinatorio tutto peculiare alla donna — presentiva probabilmente il pericolo.
L’istinto feminile in ciò tanto si mantiene sempre più vergine ed intatto: l’uomo lo attuta e lo perde a furia di temerità e di iattanza.
Dacchè aveva risaputo della visita di Pellegrino e del motivo che lo traeva al castello, la poverina non s’era più data un momento di pace. — E poi, due sere inanzi, affacciatasi alla finestra della sua cameretta prima di coricarsi, l’era sembrato udire lontan lontano nel torrente degli strani e misteriosi rumori, come un picchiar cauto di martelli e di picche, e delle grida e dei gemiti, e tutto ciò le aveva dato al cuore una stretta.
Come tutte le donne de’ suoi tempi, Bianca non era nè vile, nè paurosa; ma, sino da’ suoi primi anni, la sciagura l’avea sì crudelmente sperimentata, che le pareva qualche nuovo danno le stesse sempre sospeso, come spada di Dàmocle, sovra la testa. — E siccome era sempre stata colpita ne’ più soavi affetti della sua giovine esistenza, era pe’ suoi cari non per sè che tremava.
Al vecchio nonno — di cui formava la delizia e che teneramente indulgeva a’ suoi capricetti — erasi provata di comunicare le proprie istesse impressioni e, con la sua dolce vocina, avea pur voluto metter bocca nelle discussioni di famiglia, per consigliare timore e prudenza a chi propugnava l’abbandono di ogni precauzione; ma non le si era voluto dar retta.