— Oibò, Biancuccia — le aveva detto, tra il serio e il faceto, lo stesso conte Giovanni — fai torto al tuo sangue!.... se la paura può tanto sovra di te, in fede, che non sei nè dei Camia nè dei della Staffa!... che diamine!.... s’ha a stare tutta la vita in su l’allerta e con la miccia in su l’archibugio e la battisoffiola in corpo d’essere soprappresi ad ogni volger di ciglia?... se veramente i Nicelli fossero stati complottando in Castel Canafurone, come mi bestemmiò quello slippete slappete di tedesco, e nello intendimento di calarci addosso; e’ mi pare che ce n’abbiano avuto il tempo.... e d’avanzo! se non si sono visti sino a quest’ora, significa o che il tedesco, in causa della lingua, ha franteso sì con la vista come con l’udito, o che, nel frattempo, coloro hanno cambiato d’avviso.... ed, affè mia, sto per credere che la debba essere precisamente così!.... i Nicelli mi conoscono; sanno che, se ho acuti gli occhi della fronte, non li ho manco quelli del comprendonio; avranno subodorato la pratica di quel gaglioffo di mastro Pellegrino e si saranno dispersi con la coda tra gambe come cani scottati.
— E pure nonno — aveva voluto insistere la fanciulla — io mi ho un certo presentimento nel cuore...
— Bùbbole, bùbbole! — erasi affrettato a soggiungere l’ottimo vecchio — o che ti paion ragioni coteste, i presentimenti?.... le sono ubbie da lasciarsi alle crelie!... non sai tu che se le genti del contado ti dovessero udire a spropositare come adesso fai, ti leverebbero il nome che t’hanno affibiato di Bella Perugina, per rimutartelo in quello di Brutta Spaventaticcia?
E lì un ridere e un darle le berte di tutti i congiunti.
Però Bianca dovette intascare le vagheggiate speranze di convertire altrui nella sua fede; ma non per questo smise le sue molte apprensioni: ed anco in quella notte esse lo travagliavano tanto che, per quanto si voltasse e rivoltasse sul suo letticciuolo, non ci fu modo che il sonno scendesse a chiuderle le palpebre. — Fors’era il caldo eccessivo che la faceva smaniare in tal guisa; ma ella, al caldo, nemmanco pensava; secondo una sua arcana voce del cuore, doveva essere, invece, un funesto presagio: era lo spirito, non il corpo, che pativa d’insonnia.
Coricata già da varie ore e vagante col pensiero in mille diverse fantasticherie l’una dell’altra più paurosa; la stanchezza cominciava finalmente ad intorbidarle la mente e a indurla in quel pesante dormiveglia, che nasce dal tedio e che, il più delle volte è precursore del sonno, quando una violenta detonazione la scosse improviso e la fece sobbalzare seduta sul letto, con gli occhi sbarrati e fisi e le orecchie ansiosamente tese per lo sgomento.
Un calpestio precipitoso, un vociare confuso, un tintinnìo di spade, uno scoppio frequente d’armi da fuoco, un bagliore rossigno e divampante, che — dalle chiuse imposte dell’uscio — giungeva sino a lei; tenne dietro alla fragorosa detonazione.
Per quanto acuisse la propria perspicacia, Bianca nessun’altra spiegazione sapeva trovare a quel repentino tumulto, se non lo avverarsi de’ suoi presentimenti. — Pellegrino di Leuthen non s’era ingannato: dovevano essere i Nicelli, i Nicelli che invadevano notturnamente la rocca.
Ned alla sbigottita fanciulla s’appresentava partito degno di essere prescelto: restando, un’ansia divorante, una opprimente trepidazione, che le toglieva il respiro; uscendo, mali peggiori.
Ma il clamore cresceva; omai non poteva più restarle alcun dubio d’aver colto nel segno con le sue induzioni: al cozzo delle armi susseguivano urla feroci di minaccia, miste a grida strazianti e, fra queste, una voce che l’era famigliare, quella di suo zio Gilberto, che chiedeva pietà, misericordia. — Allora non ci resse più: balzò dal letto ed affrettatamente si accinse a vestirsi.