La pietà la spingeva: amore vince paura.

Erano, infatti, i Nicelli.

Riconosciuta l’esattezza delle indicazioni del vecchio castaldo, e’ s’erano avacciati, sin dalla notte precedente, a disgombrare l’accesso esterno della via sotterranea ed a cacciarvisi dentro per penetrare nel castello; ma, toccatone il fine, avevano dato del naso contro una muraglia, in cui non era apertura, nè apparenza alcuna di riuscita.

Dovettero allora decidersi ad aggiornare la loro impresa, per avvisare ad altri mezzi, il meglio acconcio de’ quali giudicarono la tremenda polvere, di cui è attribuita la invenzione al benedettino Bertoldo Schwartz: una mina.

Impiegarono però tutto il dì successivo a praticare gli scavi necessari appiè del muro che loro intercludeva il passaggio e — colmatili di polvere fulminante e ristoppati all’orifizio — v’insinuarono le micce, cui — nel cuore della notte — appiccarono il fuoco.

La detonazione, che aveva messo tanto spavento nel cuore di Bianca, altro appunto non era stata chè lo scoppiare di quelle mine, le quali avevano fatto saltare in rottami il pilastro che mascherava il vano d’accesso alla via sotterranea.

Per questa, i Nicelli ed i loro dugento seguaci — con le spade fra’ denti e la pertugiana o l’archibugio, nell’una ed una face accesa nell’altra mano — si precipitarono, come altrettante furie, entro il castello di Camia e, per le due scale, su fino ai merli più alti e via tra’ più riposti penetrali, trucidando proditoriamente nel sonno, o schiacciando col numero, quanti incontravano armigeri o servi.

Per buona ventura di molti di costoro, il castaldo che tuttavia non dormiva, comprese tosto di che si trattasse ed — abbassato il ponte della porta principale e rialzatene la serracinesca — se la dette a gambe prima che gl’invasori giungessero ad azzannarlo; cotalchè, per quell’àdito aperto, non pochi poterono evadersi e scampare alla strage.

De’ primi a svegliarsi fu pure Giovanni il Grosso. — Al frastuono, alle grida, indovinò a sua volta il pericolo che gl’incumbeva e — toltosi subito di letto ed infilata una palandrana, con quella maggior lestezza che gli consentivano i suoi settant’anni e la sua corpulenza, — accorse sul pianerottolo della scala, dove si vide immediatamente affiancato da suo genero Malvicino e da suo figlio Gilberto.

Il maggior nerbo de’ nemici, con alla testa il conte di Monte Ochino, si gittò sovra di loro.