— Scannatemeli quanti sono — gridava ferocemente costui — tutti, tutti, fuori del vecchio!... quello lo voglio vivo!... guai a chi gli torce un capello!
— Scellerato! — gli rispose Giovanni il Grosso — cento contro uno.... la sorpresa e il tradimento!... ecco le gloriose gesta della tua codarda genìa!
— Addosso! addosso! — rintostò il Monte Ochino, animando i suoi dello esempio.
Ma Gilberto Camia slanciossi, in quel punto, a far schermo al padre del proprio corpo e — siccome nel maneggiare una spada non conosceva maestro, addossatosi alla balaustrata, cominciò, con un rapido e vorticoso molinello, a farsi largo tra’ nemici, parecchi de’ quali cacciò a terra feriti.
Taluno di questi lo prese allora di mira con l’archibugio e fece fuoco; ma le palle deviarono dal segno: una tuttavia andò a colpirgli la spada a mezza lama e glie la mandò in ischegge.
Vedendosi disarmato e perduto, Gilberto si curvò lesto per raccogliere lo stocco d’uno dei caduti; ma nel contempo, il Monte Ochino, ch’erasi avanzato di un passo, gli scagliò in faccia la torcia resinosa onde era munito, sicchè il fuoco non solo gli arse i capelli e la barba; ma in breve gli si appigliò alle vesti e alle vive carni.
Lo spasimo gli strappò quelle urla disperate, che avevan sì fieramente impressionato l’animo di Bianca, e — traendolo quasi fuori di senno — lo spinse brancolone giù per la scala, come cercasse fuggire.
Dieci stoccate lo colsero alle reni e gli troncarono, in uno, i patimenti e la vita.
Nel tempo istesso, anche il Malvicino cadeva mortalmente ferito; mentre Giovanni il Grosso — sopraffatto dall’onda furiosa di armati che gli si pigiava d’intorno e costretto ad arrendersi — veniva legato mani e piedi e portato via in groppa da due nicelleschi.
Non più uno de’ Camia che non fosse o fuggito, o prigione, o morto, od agonizzante.