Povero Neruccio!

Bianca mise uno strido d’orrore e, sentendosi mancar sotto le gambe, s’abbrancò a’ balaustri della scala per non cadere a sua volta; ma il feroce Nicelli le fu subito sopra e — malgrado ogni sua riluttanza — se la tolse in braccio e la levò alto come trofeo. Poi sceso con gli altri nel vestibolo:

— Ed ora — gridò in tono di trionfo a’ suoi cagnotti — un tanto di saccheggio per vostro sollazzo e compenso!

L’agognata proposta venne accolta con un urlo di gioia selvaggia da quella immonda accozzaglia di farabutti, i quali — ringuainati i ferri e gittate l’armi più pesanti in un fascio — s’affrettarono a porsi in moto per l’opera di spogliazione che formava il precipuo obbiettivo del loro ladro mestiere.

In quella, un essere strano, meraviglioso, quasi fantastico, apparve improvisamente tra loro, come se sbucato di sotto terra.

Era un uomo di forme atletiche, di smisurate proporzioni, dal volto diforme e la testa, le braccia e le gambe completamente ignude, il quale — presentatosi appena e senz’altro profferire che una specie di sordo grugnito — s’avventò d’un balzo sul Monte Ochino e gli strappò Bianca della Staffa di braccio.

— Miserabile! — sbraitò questi, traballando per l’urto ricevuto e dando indietro di un passo.

— Ammazza! ammazza! — soggiunse il capitano Villa, precipitandosi con una picca in pugno sul nuovo giunto, il quale rinculava frettoloso tra le due branche della scala.

— Terremoto! Terremoto! — mormorarono sommesso i più paurosi de’ birri ritraendosi in disparte; mentre que’ molti de’ loro compagni, che o nol conoscevano, o non lo avevano ravvisato, inanimiti dalle grida e dallo esempio del capitano, correvano eglino pure sopra di lui.

Terremoto, con la sua preda in braccio, trovavasi già sul vano della postierla, che ammetteva a’ sotterranei, quando il Villa gli giunse presso e gli misurò un colpo della sua picca.