Il gigante, in luogo di continuare a retrocedere, spiccò un salto inanzi, stese il braccio destro che solo gli rimaneva libero ed, afferrata l’arma a mezz’asta mentre scendeva, glie la svelse di mano: poi, ghermitolo al petto, lo sollevò di peso come fosse un bambino e lo scaraventò contro l’onda d’armigeri, che giungeva in seconda linea con le spade appuntate. — Il corpo del capitano, rovinando sconciamente sopra di loro, produsse il medesimo effetto d’una granata: molti ne fe’ tentennare, molti cascare a terra, tutti li sbaragliò.

E Terremoto riprese la sua marcia regressiva.

A ritentare la prova sì mal riuscita al capitano, si fece inanzi il conte da Niceto, con una daga nell’una ed una pertugiana nell’altra mano, e — raggiuntolo quando già dispariva ne’ sotterranei — gli si gittò sopra, con tutta violenza, e con l’armi in resta, nella fiducia di trapassarlo fuor fuora. Ma il colosso — come il dicemmo — ad una forza eccezionale accoppiava una felina destrezza; per cui nè cercò sfuggirgli, nè fargli resistenza, ma — deposta a terra Bianca e respintala garbatamente da parte — si lasciò cader boccone subito al di là della soglia della postierla.

Tratto dalla irruenza della propria corsa, il da Niceto inciampò di tal guisa nell’ostacolo imprevisto, che, a sua volta, andò a dar del naso su’ gradini della scala, fracassandosi la faccia.

Terremoto allora — risorgendo d’un salto nel tempo stesso che quello tracollava — lo aggavignò con la mano destra alle reni, mentre con l’altra risollevava la donzella, e mantenendosi dinanzi il corpo di lui maniera di scudo — tornò a retrocedere, camminando a ritroso e sul fianco sinistro, sino allo sbocco del secreto cuniculo, rimasto aperto e senza presidio.

Malgrado ciò, i nicelleschi si misero ad aormarlo passo passo, nel persuadimento che una volta pervenuto a quello sbocco, o dovesse arrestarsi, o, qualora ne uscisse, offrir loro il modo di attaccarlo di ricapo.

Ma il Monte Ochino, che incoraggiava i suoi alla impresa, confortandoli di simile speranza, anco nello intento di liberare il congiunto; mostrava di non conoscere ancora con qual sorta d’uomo si avesse a che fare.

Costui, infatti, giunto allo estremo della intercapedine e senza punto uscirne, tornò a far sdrucciolare Bianca a terra; quindi — preso per così dire, il rincorso — rinnovò l’esperimento già sì felicemente tentato col corpo del Villa, lanciando quello del da Niceto contro i suoi medesimi difensori. Poscia, dato di piglio agli enormi massi, che costoro istessi avevano smosso dal froldo per schiudersi il varco e quante altre grosse pietre trovò a portata di mano nell’alveo del torrente, cominciò a fulminarli con tanto impeto e frequenza, che, non solo li costrinse a fermarsi ed a rinculare; ma ebbe in breve nuovamente otturato la foce della via sotterranea.

Allora si tolse in braccio anco una volta la sua giovine signora e — traverso stoppie e brugaie — si ricondusse al suo diserto casolare della Chiappa.

Capitolo X. Ciò che Terremoto aveva fatto prima e ciò che fece dopo.