Il lettore ha pieno diritto di domandarci come e per quale miracolosa coincidenza il figlio di Luca Rinolfo fosse penetrato nella rôcca di Camia giusto a puntino per trarre a salvamento Bianca della Staffa, e noi ci affretteremo ad appagarne la legittima curiosità.

Congedato egli pure per la supposta inesistenza di ogni pericolo, n’era uscito sul pomeriggio del giorno istesso, e, ridottosi affrettatamente al suo povero abituro, verso cui lo attraeva l’intenso desiderio di riabbracciare i vecchi suoi genitori.

Lo scorgerne spalancata e penzolante su i cardini la porta, con segni manifesti di subìta violenza, gli fu come funesto presagio. — S’arrestò su la soglia, sporgendo inanzi la faccia a speculare nello interno e tese ansioso l’orecchio: il buio pesto, il silenzio di tomba, che vi dominavano, gli strinsero maggiormente il cuore.

Si avanzò allora, facendosi lume con le mani e andò ad aprire una delle finestruole, che davano luce a que’ miseri ambienti, poi volse intorno un trepido sguardo.

Un grido straziante, che ricordava, in qualche modo l’ululato del cane quando è smarrito o patisce di freddo, gli uscì nel tempo istesso dal petto.

Aveva scôrto la sua vecchia madre, col seno orrendamente squarciato da una sconcia ferita, stesa resupina sul proprio letticciuolo.

Le corse presso; si curvò per sollevarla; era freddo, stecchito cadavere.

Non c’era più da dubitare: sua madre era morta assassinata.

E suo padre?

Questo secondo e altrettanto penoso pensiero gli soccorse, con terrore, alla mente; onde — fatta luce anche per le altre finestre — si dètte a percorrere il casolare in ogni senso, a rovistarne, a frugarne ogni angolo più rimoto, a chiamare il padre per nome con voce sempre più commossa, che finì per ispegnersi in un singulto.