L’indagine lo trasse sino ad un punto su l’alveo della Nure, che appariva manifesto aver servito di luogo di sosta a molte persone, tanto quelle orme vi si accavalciavano disordinate e profonde, e dal quale si spiccavano, quindi, per due direzioni diametralmente opposte fra loro, le une seguendo, le altre risalendo il corso delle aque.

Per alcuni istanti, Terremoto — che temeva smarrirne lo itinerario — oscillò perplesso nella scelta; ma finì ad optare per le ultime, che — a breve tratto — lo ricondussero sopra la riva ed, in prossimità della parochia dell’Olmo, lo spinsero di nuovo verso la montagna.

Ma la notte cominciava a cadere; il cielo s’infoschiva rannuvolato; nè però gli restava modo di continuare le ricerche.

Valicati gli aridi greppi di Costalta, si trovava già presso le ruine del monastero di San Savino, attrattovi più da una arcana intuizione che dagl’indizi di nessuna traccia; quando il pesante calpestìo ed il sommesso bisbigliare di molta gente, lo consigliò ad arrestarsi ed a sfuggire la curiosità de’ passanti col nascondersi appunto fra quelle ruine.

I sopravegnenti erano uomini armati, la gente dei Nicelli, che da Castel Canafurone — luogo de’ loro convegni — scendevano alla pianura.

Nel rasentare gli avanzi dello antico chiostro:

— Ehi, dico, Bislacco da Grondone — mormorò l’uno di essi ad uno de’ suoi compagni — il vecchio sarà ancora là dentro!....

— Probabile! — rispose questi — pur che i lupi lo abbiano rispettato!...

E tirarono di lungo.

Terremoto provò come una fitta al cuore.