Quel lenzuolo fu per lui tutta una rivelazione.

L’uomo in esso racchiuso doveva essere necessariamente suo padre.

Si piegò, quindi, su le ginocchia, stringendoselo fra le braccia e susurrandogli amoroso:

— Babbo, babbo.... oh, siete voi, ne vo’ certo!... mi ascoltate, eh!... è il vostro figliuolo Arcangelo che vi sta presso.... fatevi core!... ma cosa v’è mai accaduto?... oh, parlatemi!... ditemi che siete voi per davvero.... rassicuratemi con una vostra sola parola!...

Ma l’uomo non gli rispondeva verbo: solo reiterava, tratto tratto, il suo primo mugolio.

Palpandolo meglio, Terremoto si avvide come, sotto il lenzuolo, fosse completamente ignudo ed avesse gli stinchi ed i polsi legati con due pezzi di fune.

Mercè un largo coltello da caccia che portava sempre alla cintola, il gigante si affrettò a reciderli, nella speranza che — a pena libere — le braccia di quell’uomo, ch’egli reputava suo padre, dovessero stendersi verso di lui per abbracciarlo: invece gli ricaddero inerti lungo le cosce. Le toccò: erano fredde.

Un nuovo terrore lo colse.

Pure quell’uomo non poteva esser morto. Un alitare frequente ed affannoso ne agitava il petto; la voce — comechè fioca e languente — n’era tuttavia bastevolmente sonora; ma perchè non parlava?... perchè non rispondeva alle sue dimande?

Impaziente d’uscire da una sì penosa incertezza lo sollevò di peso d’in sul pavimento e, raddrizzandosi, se lo tolse in braccio e mosse cauto verso gli sfasciati avanzi di un arco a sestacuto, che serviva d’unico accesso e d’unico sfogo alle ruine del monastero.