Domata la piena del primo affanno e ripreso alquanto delle sue forze, il padre gli espose, infatti, per filo e per segno tutte le vicende dell’abbominevole violenza, onde i Nicelli lo avevano reso vittime, aggiugnendo come lo scellerato Monte Ochino — giunti a Cogno — lo avesse fatto legare da’ suoi e, con un badacchio alla bocca, abbandonare tra le ruine del convento di San Savino, dov’egli lo aveva rinvenuto e dove trovavasi da tre giorni senza nè moto nè cibo.
Uditi que’ particolari, Terremoto voleva accingersi a dar sepoltura al cadavere della madre; ma Luca vi si oppose; disse quella pia bisogna essere di suo esclusivo diritto ed a lui spettarne, invece, altra non manco doverosa ed ancora più urgente: quella di appurare cosa i Nicelli avessero macchinato d’iniquo di prevenire i signori di Camia del sovrastante pericolo.
Padre e figlio mettevano in cima d’ogni loro dovere il rendere servizio a’ loro padroni.
Terremoto non gli fece, per conseguenza, la minima obiezione, ed — abbracciatolo rispettoso e baciata anco una volta in fronte la salma materna — si ripose immediatamente in cammino. — Solo, in luogo di portarsi, difilato al castello, volle riconoscere prima se nulla avessero tentato i Nicelli e — seguendo le indicazioni fornitegli dal padre — si recò anzitutto in sul punto della Nure dove cadeva lo sbocco della via sotterranea.
Trovatolo aperto, penetrò di là nello interno della rôcca, dove lo vedemmo arrivare in buon punto per trarre a salvamento Bianca della Staffa dalle mani de’ nicelleschi.
Quando fu secolei di ritorno alla propria casuccia, trovò Luca Rinolfo che, nel frattempo, aveva compiuto il pietoso ufficio d’inumare i resti della sua vecchia consorte.
Di fianco della casa, un piccolo rialto di terra allora allora remossa ne segnava la tomba.
A pena la scôrse, Terremoto strappò due rami da un giovine pioppo ed, incastratili l’un nell’altro, ve li collocò sopra a maniera di croce.
Indi pregò.
La Bella Perugina — come Bianca veniva chiamata da’ valligiani — trovavasi in preda d’una specie di orgasmo febrile, che non le consentiva un attimo di requie. — Nè tanto l’agitava il dolore pe’ suoi congiunti e familiari miseramente periti in difesa della rôcca, nè tanto il pericolo onde, a miracolo, era stata sottratta, quanto la sorte ignorata dell’avolo, quanto il ricordo del giovine generoso ch’erasi visto scannare sotto gli occhi, mentre le faceva baluardo del proprio petto.