Terremoto, nel contempo — giovandosi della perfetta sua cognizione del luogo — corse sollecito nella vicina stanzuccia del castaldo; abbrancò i piuoli del verricello e con cinque o sei rapidi giri, tirò a sè le catene del ponte e lo sollevò.

I nicelleschi s’accorsero subito del tiro briccone che loro si preparava e retrocessero a perdilena; ma non giunsero a toccare l’orlo del fossato prima che il ponte fosse già alto e la serracinesca cadesse cigolando a sbarrare la porta del castello.

Terremoto rimaneva padrone della piazza.

Solo gli occorreva riconoscere quanti altri uomini, oltre a que’ tre posti sì felicemente fuori d’azione, vi si potessero trovare racchiusi.

Dalla camera del castaldo, scese, quindi, nel cortile e, mascherandosi dietro un pilastro, tese ansiosamente l’orecchio.

Tutto era silenzio.

Preso da ciò maggiore animo, si fece inanzi in punta di piedi e — sguisciando tra’ pilastri de’ porticati fiancheggianti il cortile — si portò sino all’opposto suo lato, dove si aprivano le scale e dove — secondo le indicazioni della sua giovine signora — sperava rinvenire, morto o ferito, quel tale soldato, cui ella tanto vivamente s’interessava.

Taluni frammenti d’arme sparsi più in qua più in là e varie macchie di un rosso nerastro, che chiazzavano il lastrico, erano testimone della lotta accanita ivi combattuta, ma nessun’altro indizio de’ combattenti, eccetto tre cadaveri che ingombravano i gradini ed il ripiano al sommo delle scalinate.

Quello situato più in basso e che necessariamente si guadagnò pel primo l’attenzione di Terremoto, non presentava omai più che un lurido ammasso di carname arsiccio ed abbrustolito.

Era il cadavere del misero Gilberto Camia; ma in così sconcia maniera reso diforme e ributtante, che — per quando il suo fido vassallo si arrestasse lungamente a considerarlo — non era possibile il raffigurasse; e questo gl’insinuò un primo dubio nel cuore.