Nel secondo ravvisò Cristoforo Chinello e, nel terzo, Alfisio Malvicino, il genero di Giovanni il Grosso.
Salì a’ piani superiori; rovistò gli appartamenti, le sale, le terrazze; non lasciò luogo inesplorato e, quinci e quindi, insieme alle traccie sanguinose, rinvenne cinque nuovi cadaveri: quelli cioè, di Battistino e Franceschino Zazzera, di Domenico de’ Maggi, detto Monte Osero, di suo figlio Marino e d’un birro soprannominato Tiraluscio. Ma del giovine soldato, che ricercava, non il più leggero vestigio.
Laonde si ribadì viemmaggiormente nel suo dubio che a costui dovesse appartenere lo sformato cadavere giacente a’ pie’ delle scale, tanto più che vi concorreva anche il luogo su cui Bianca diceva averlo visto cadere.
Simile persuasione stava per deciderlo ad abbandonare sollecitamente il castello, dove le sue indagini avevano fallito lo scopo, per condursi altrove a raccogliere notizie del suo disgraziato signore.
Era già sceso di nuovo nel cortile e lo attraversava frettoloso, allorchè il suono di una voce, che usciva da una stambergaccia a terreno, dov’era il dormitorio del servidorame, lo rattenne di botto e richiamò tutta la sua attenzione.
Si accostò a piccoli passi a quel dormitorio e — postosi in ginocchio — applicò l’occhio ad una finestrella ferrata che gli dava luce e vi mise dentro gli sguardi.
Sei uomini, e tutti di parte nicellesca, occupavano il vasto stanzone: quattro corcati su di altrettanti grossolani pagliaricci, e due, che parevano servir loro da custodi — o meglio — da infermieri, essendo chiaro come quelli fossero o feriti o malati.
Terremoto non istette guari a dar loro un nome a ciascuno. — De’ giacenti, nell’uno riconobbe il capitano Lorenzo Villa, nell’altro il conte Melchiorre da Niceto, que’ medesimi ch’egli aveva sì spietatamente malconci, buttandoli a mo’ di proiettili, contro la linea irta di spade e di picche de’ loro istessi seguaci: nel terzo un venturiero lombardo, che sapeva a’ soldi del marchese di Cattaragna, e nei due, che fungevano da serventi, due suoi convalligiani servi a’ Nicelli. — Solo il sesto gli rimaneva ignoto, nè poteva scernerne le fattezze del volto, perchè sdraiato in modo che gli voltava le terga.
Il suo vestito era, tuttavia, quello di un lanzo.
Tale osservazione lo impressionò.