Che fosse appunto colui, per raccapezzare il quale erasi sobbarcato alla perigliosa impresa d’introdursi nella rôcca di Camia?
Non c’era nulla d’inverosimile. — Bianca gli aveva espressa la sua convinzione ch’egli pure militasse contra de’ suoi: dunque, a sua volta, egli apparteneva a’ nicelleschi; ovvio però che costoro lo avessero raccolto quando era caduto e se ne pigliassero pensiero.
Nè Terremoto mal si apponeva.
I nicelleschi, che lo avevano incalzato lungo la via sotterranea — riconosciuta la impossibilità di raggiungerlo — s’erano decisi a battere in ritirata e — nel farlo — avevano man mano raccattato di terra i loro qualche feriti. — Tra questi — oltre a’ due ricordati — trovavasi appunto il nostro Neruccio, di cui — se nissuno doveva interessarsi — ebbero pietà i suoi commilitoni di Piemonte.
Quantunque la spada del Monte Ochino — penetrandogli tra le spalle sotto la scapola destra e scendendo in linea verticale — gli fosse andata a riuscire poco più giù della mammella; egli respirava ancora.
L’uno sotto le ascelle, l’altro sotto le anche, così se lo pigliarono i compagni, e, insieme a’ tre ricordati più sopra lo trasportarono nel dormitorio dei servi, dove, pressati com’erano dal Monte Ochino, impaziente di attendere ad altre bisogna, li affidarono tutti quattro al governo di due de’ loro, non feriti, ma per urti e cadute, rimasi alquanto pesti e contusi.
Vedremo nel seguito come e perchè abbandonassero poi tutti la rôcca, non lasciandovi che altri tre uomini a guardia ed anche de’ meglio noti per gli attributi del coniglio e del lepre.
Ritorniamo intanto a Terremoto.
Le vesti che indossava lo sconosciuto giacente gli avevano posto in capo l’idea dovesse essere non altri che l’uomo ricercato dalla sua padroncina.
Fosse stato più arguto, e molti diversi avvedimenti gli sarebbero forse soccorsi per accertarsene; ma egli non era nemmanco da tanto da trattenersi ad escogitarli. — S’appigliò, quindi, al più elementare e più spiccio: quello di richiederne coloro istessi che vedeva far da custodi.