— Che mi diciate chi sia e come si nomini colui de’ vostri compagni, che giace là, alla vostra mancina.... quello che adesso mi guarda fiso e che ha la corazza di bufalo tutta imbrodolata di sangue.

— Io?... — domandò con flebile voce lo stesso Neruccio.

— Appunto voi, messere, se non vi dispiace — fece placidamente il colosso.

— E perchè cotesta dimanda? — tornò a chiedere il ferito, sollevandosi a gran fatica su l’uno dei gomiti.

— Perchè? — gli rispose Terremoto — oh, il perchè lo saprete, ma lo saprete a suo luogo, messere!... per adesso tanto, comanda chi può e obbedisce chi deve: questo vi basti!... e ditemi solo: siete voi, o non siete, un tale ser Neruccio Nerucci?

Il ferito non ebbe mestieri di rispondere.

Il vivo incarnato di cui si soffusero improvisamente le sue pallide guance, ne constatavano a bastanza la identità, perchè il gigante — malgrado la sua corta intelligenza — avesse duopo di prove più evidenti.

— Lo siete, dunque — egli soggiunse.

— Ebbene? — gli dimandò timidamente l’altro dei due scherani.

— Oh, un nonnulla, figliuoli.... sono venuto a pigliarlo e me lo porto con me!