Prevedendo, per altro, quali ostacoli gli convenisse superare per rientrarvi — transitando pel casolare di Borgo San Bernardino, dove giaceva grosso deposito di materiali edilizî e di arnesi da guerra, destinati alla costruzione ed al munimento di una torre, che papa Paolo III faceva erigere lì presso, per albergarvi i suoi commessarî di giustizia — eccitò taluni de’ suoi birri a provedersi di tavole e scale e a pigliar su una petriera e trascinarsela dietro a forza di braccia.

Sul luogo, la caricarono sino all’orifizio della sua tromba, con la polvere che ciascuno teneva nel fiaschino e con pietre raccattate intorno intorno; poi, — lanciate le scale e le tavole sul fossato — ve la spinsero sopra sino a farla combaciare della bocca co’ ritti della serracinesca, ed allora le misero fuoco.

Fu lo scoppio di quella bombarda che mandò in fascio la porta e che sorprese Terremoto, nel mentre usciva dal dormitorio col suo giovine ferito sovra le spalle.

Al vederlo, i nicelleschi, che il riconobbero perchè teneva la visiera ancora alta:

— Dàlli! dalli! — si misero a urlare.

E gli corsero sopra in massa serrata.

Terremoto comprese d’un tratto come non potesse lottare contro tanto nugolo di gente, senza esporre — se non sè stesso — il suo protetto ad inevitabile morte.

Unico scampo, gittarsi di nuovo per quella via sotterranea, che già una volta gli aveva servito per trarre a salvamento la sua signora.

E non esitò.

Ma la foce esterna di quella via, egli stesso l’aveva nuovamente otturata.