Cos’era accaduto?
Giunto a capo della via, senza che — per una ragione che non tarderemo a spiegarci — i suoi aggressori fossero pervenuti a raggiungerlo; Terremoto aveva, con bel garbo, deposto a terra Neruccio, indi erasi dato a sgomberarne l’uscita, col trarre a sè e gittarsi a tergo le grosse pietre, ch’egli stesso — poche ore prima — vi aveva accumulato.
In breve n’ebbe remosse già tante da schiudersi un primo varco, pel quale uno impaziente guizzo di luce s’insinuò nella via sotterranea e — lambendone il terroso pavimento — la rischiarò, come pallido raggio di luna, sino all’opposto lato su cui scendeva la scala.
Un’orribile vista si affacciò allora a quel tanto di nicelleschi che tuttavia vi si accalcava.
Nello spazio che li divideva da Terremoto, spalancavasi una nera voragine, entro la quale erano andati man mano precipitando tutti coloro che li avevano preceduti.
Quella voragine era un pozzo riquadro, coperto d’una specie di cateratta collegata a cerniera ad uno de’ suoi cigli e che — facendo girare sopra sè stesso un caviglione di ferro infisso alla parete — gli cascava nello interno, tutto irto di larghe lame ricurve a mo’ di falci fienaie suggellate alla camicia e co’ taglienti e le punte rivolti allo insù.
Era il così detto pozzo delle cento taglie, del quale, Luca Rinolfo aveva confidato il segreto al figliuolo, anche prima che questi s’introducesse la prima volta nella rôcca, ma senza che allora se ne fosse potuto servire, e perchè incalzato troppo da vicino, e perchè con ambe le mani occupate, l’una nel sostenere Bianca della Staffa, l’altra, il da Niceto.
In compenso se n’era valuto adesso e con qual esito è facile imaginarlo.
Il primo de’ suoi inseguitori erasi improvisamente trovato a mettere un piede in fallo e traboccare nel vuoto. Chi gli stava alle reni aveva necessariamente dovuto fare altrettanto: poi un terzo, un quarto, un quinto, e via via. — Le falci — ingegnosamente alternate così da non lasciar passare nè trattenere alcunchè — facevano il resto: li squarciavano, li mutilavano, li affettavano. — E tutti vi sarebbero andati a finire come pecore di Panurgio, se la provida striscia di luce, inviata loro dallo stesso Terremoto, non fosse giunta in tempo da trattenere i sopravenienti, che arretrarono esterrefatti.
Un moto istintivo di paura li respinse fuori del sotterraneo a cercare l’aria libera, la chiara luce del sole. — Ivi si chiamarono a nome l’un l’altro, si noverarono: ventun di loro mancavano all’appello; altrettanti doveva averne inghiottito il baratro traditore.