Non lo avesse mai fatto!

L’impetuoso Baiardi — tratto presumibilmente in abbaglio dallo incerto ed oscillante chiaror delle faci — credendo tôrre di mezzo il principale antagonista dell’amico suo; gli vibrò tale una stoccata nel petto da trapassarlo fuor fuora, sì che il meschino andò a ruzzolare boccheggiante traverso i gradini della scalea, mettendo gemiti disperati e contorcendosi nell’agonia.

A simil vista, il papa spaurito e commosso, corse a rifugiarsi entro la chiesa insieme a’ più del suo seguito; il magnifico messer Tarusio Tarusi impartì l’ordine a’ suoi uomini e a quelli del Capitan di Giustizia di far forza d’armi e di sgomberare la piazza; e la folla incalzata e sgomenta, cominciò ad agitarsi, a strillare, a fuggire.

Fu in questo punto che sovraggiunse il nostro giovine soldato.

La fanciulla, di cui s’era creato difensore e campione, non aveva assistito al solenne ingresso di Paolo III in città, ma ne aveva atteso l’arrivo da piedi della scalinata del duomo. — Erale compagno e scorta un vecchio signore di venerando e maestoso esteriore, il quale, non così vide il pontefice scendere d’arcione, che le si staccò dal fianco per essere ammesso tra’ primi al sommo onore del baciapiede. — In quello istesso momento scoppiò l’alterco a cagione della bianca chinea. — Le grida furibonde dei contendenti e, forse più ancora, certe occhiate di fuoco, onde la facea segno un gentiluomo del seguito papale venuto a situarlesi presso, spaurì siffattamente la giovinetta, che, senz’altro riflettere, si dètte a correre verso il Battistero, mentre il gentiluomo, o fosse per trattenerla o fosse per chetarla con rassicuranti parole, spronava il cavallo e le galoppava dietro, cagionandole un sempre maggiore sbigottimento. — Fu allora che intervenne il nostro giovine soldato e che il gentiluomo si allontanò.

Per chi, raffigurando in costui il signor principe Pierluigi Farnese, figliuolo di Sua Santità, duca di Castro e di Nepi e Gonfaloniere della Chiesa, del quale erano abbastanza noti i rotti costumi, si fosse arrestato a contemplare la sgomentata e fuggente fanciulla; facile sarebbe riuscito il trovare una ragione allo strano contegno di quello nella rara bellezza di questa.

Si narra d’uno statuario greco, il quale, volendo plasmare la più bella imagine di Venere, che mai fosse uscita da scalpello scultorio, ricorse allo spediente di modellarne le varie parti su di altrettante donne di beltà peregrina, senza che un simile avvedimento lo facesse approdare a nulla di buono. — Vera o fittizia che sia, questa leggenda giova, se non altro, a mostrare come non basti la innappuntabile perfezione delle forme a rendere una donna attraente, ove non congiunta a quella cara leggiadria dello assieme, che è già, per sè sola, la più efficace estrinsecazione del bello; è l’armonizzanza omogenea di contorni e di tinte, che i pittori dicono intonazione; la qualità che aumenta pregio alle gemme e che i gioiellieri chiamano aqua. Ed era appunto di cosiffatte doti, che si abbelliva particolarmente la giovinetta di cui favelliamo.

Per avventura, quella sua taglia sottile e flessibile, quel pallido sembiante, quei suoi grandi occhi bruni languidi e vellutati, ed una certa cascaggine di tutta la gentile personcina; tradivano in lei alcunchè di un po’ troppo gracile e dilicato. Ma queste leggere pecche — seppur tali apparivano agli occhi di chi sa di stare alla donna come broncone alla vite — venivano largamente compensate da una espressione di angelica dolcezza e di elevato sentire, che le traspariva da tutta la bella persona come profumo da fiore. — E le sue molte attrattive attingevano anco una grazia maggiore da una specie di vezzoso camauro, guarnito di trine, che le stringeva le copiose trecce, e da una veste di ciambellotto cilestrino a leggeri punti di argento, sparata nel mezzo della gonna, con maniche ampie e cadenti, e sovrammessa ad una semplice sottana di bianco zendado.

Tale era la fanciulla, che il nostro giovine soldato aveva impreso a proteggere e che — addossata ad una delle colonnette spirali fiancheggianti la porta del Battistero — teneva le mani incrociate, come pregasse, e gli occhi fisi verso il punto, in cui ferveva tuttora la mischia.

Sino da’ primi rumori, i valletti della Curia e dell’Anzianato, s’erano posti in salvo, l’un dopo l’altro, o nella chiesa o nel palazzo vescovile; attalchè, grado grado, non rimaneva più un solo sprazzo di luce a diradare le tenebre. — Intanto gli armigeri del Vicelegato e della Corte di Giustizia — respinti per le strade adiacenti que’ più arrischiati de’ curiosi, cui la paura non avea fatto spuntare le ali — ritornarono in mezzo alla piazza, nel proposito di far cessare la zuffa e d’impadronirsi de’ tumultuanti. — Ma, caduto nel proprio sangue uno de’ Camia e rifugiatisi anche costoro nella cattedrale, solo i Nicelli ed i loro aderenti restavano sul terreno; di maniera che il tafferuglio si poteva considerare finito. — Senonchè il Baiardi e il Balestrieri, che, pe’ castighi frequentemente patiti, avevano il sangue grosso contro il Vicelegato, non paghi ancora del trambusto promosso, vollero compier l’opera, ribellandosi ed opponendo resistenza a’ suoi birri; e così, tra il buio pesto della notte, ammenando giù colpi da ciechi, all’uno squarciarono sconciamente il viso, all’altro fracassarono bestialmente le gambe; poi — battendosi in ritirata — si evasero con gli amici per le minori viuzze, che toccano al fianco settentrionale del duomo.