Con quelle rapide transizioni, a cui — auspice amore — si abbandona così facilmente l’età giovanile, i due innamorati dimenticavano d’un tratto, l’uno le proprie ferite, l’altra le proprie sventure, per slanciarsi a volo nello sconfinato empireo de’ loro sogni amorosi ed intessersi un avvenire tutto di fiori.
In simili affettuosi ragionari — sospesi solo un momento dal rientrare del vecchio Ridolfo, che ammanì loro qualche poco di pasto — i giovinetti trascorsero tutta quanta la giornata.
Neruccio contava — appena le sue ferite gli consentissero di trarsi di letto — di pigliare ingaggio come capo bandiera negli eserciti imperiali, che — malgrado la tregua — tornavano ad ingrossarsi per le spedizioni contro de’ turchi e de’ barbareschi; e l’ardimentosa fanciulla — qualora veramente il suo avolo fosse rimasto vittima dei Nicelli — si proponeva seguirlo dovunque.
Nella loro miseria, nelle loro sventure, que’ due poveretti si sentivano felici.
Tuttavia, man mano che s’inoltrava la notte, i tristi pensieri riprendevano il sopravvento nell’animo trangosciato di Bianca, che, dal prolungarsi dell’assenza di Terremoto, traeva i più funesti presagi.
Poco prima della mezzanotte e mentre le pupille del ferito cominciavano a farsi pesanti sotto un sonno riparatore; il colosso — con l’aria stravolta ed i segni del più profondo dolore impressi su le laide sembianze irruppe finalmente nella stanzetta.
— Ebbene.... ebbene? — gli si fe’ incontro a chiedergli ansiosamente la giovinetta.
— Ah, eccellenza, — le rispose, con voce rotta e tremante il suo fedele vassallo — quale orrore, croce del Gesù benedetta!... io n’ho la pelle anserina!...
— Il nonno, forse?... — interrogò quella con visibile trepidazione.
Terremoto rivolse i suoi occhioni cerulei al soffitto, mettendo un fragoroso sospiro.