— Sola? — gemè la fanciulla accostandosi istintivamente a Neruccio, che, ridesto di trabalzo al sopraggiungere del gigante, erasi rimesso a sedere sul letto — sola!... non mi resta dunque, più nulla!
— E qui ci scotta, eccellenza! — riprese a dire Terremoto. — questo, madonna, non è più luogo per voi.... bisogna ve ne allontaniate al più presto!
— Perchè?
— Perchè i Nicelli hanno giurato di sterminare quanti avanzano di vostra famiglia, di non darsi requie sinchè un Camia respira!
Capitolo XIV. Il cofanetto dello abate di San Savino.
Il punto nel quale i nicelleschi — dopo la presa della rôcca di Camia — avevano posto il loro bivacco, era una sorta di forra desolata, tutta paduli e fratte rimbrullite, schiusa tra Borgo San Bernardino e Roncovero sul margine di un picciol rivo, che sbocca nella Nure e che — d’allora in appresso — assunse il nome di Barbarone.
Quando — per lo allarme recato da’ tre corbellati da Terremoto — il grosso dell’orda si restituì tumultuariamente al castello con alla testa il Monte Ochino ed il marchese di Cattaragna, pochi scherani soltanto rimasero a custodia del prigioniero, che giaceva sempre nel bel mezzo del campo, steso boccone e co’ polsi allacciati alle reni.
Le fatiche della notte e — più ancora — il caldo della stagione che — sin dalle prime ore del giorno — si manifestava soffocante; aveva indotto il più di quegli uomini a sdraiarsi in su l’erba, dove l’un dopo l’altro, non istettero molto a cadere immersi nel sonno.
Due soli — a mo’ di sentinelle avanzate — teneansi ritti, dando le terga allo accampamento, l’uno rivolto a mezzodì, l’altro a settentrione.
Costretto dalla sua scomoda postura a premere il suolo col buzzo enorme ed a pungersi la faccia contro i brocchi e le ortiche; Giovanni il Grosso penava crudelmente. — In giunta, un raggio obliquo del primo sole lo feriva in pieno nel mezzo del capo che aveva scoperto e nudo così di cappello come di capelli.