A breve andare, si sentì divorare da una sete ardente, e cominciò a rangolare, chiedendo a bere in carità, prima con calma e dignitosa preghiera, indi con alto e disperato vociare.

I dormienti non però ruppero il sonno, nè gli badarono i vigilanti.

Solo uno, ch’era pur esso sdraiato a terra e pisolava, o fingeva — al reiterarsi di quelle grida strazianti — si levò su le ginocchia, e, sguaraguardato sospettosamente in giro per farsi certo che nissuno lo avertisse, strisciò carpone sino al ciglio del Barbarone e — dal filo d’aqua che in esso correva — tanta ne attinse da ricolmarne una sua borraccetta che portava a tracolla.

Con questa in mano, sempre catellon catellone, si avvicinò al prigioniero, e:

— Bevete, padron mio! — gli susurrò a voce smessa — bevete!

E gli profferse il refrigerio.

Giovanni il Grosso piegò la faccia di sguincio, e, raffigurato il suo Longino:

— Ah, sei tu Stefanaccio? — gli disse — ti ringrazio sai, il mio figlioccio.... oh, ti ringrazio molto!

Ed avidamente pose le labra alla fiasca.

Stefanaccio non apparteneva alla geldra nicellesca. Era uno dei navichieri della Nure, il quale — dopo aver aiutato il proprio padre e uno zio traghettare i conquistatori del castello di Camia — aveva lasciato i burchielli e mischiatosi loro un po’ per curiosità, ma molto più per lo interesse grande che gl’ispirava il suo vecchio signore.