La sua famiglia era suddita di Giovanni il Grosso, ed egli personalmente gli professava una particolar devozione, perchè s’era degnato servirgli di padrino al fonte battesimale.

Stefanaccio godeva fama di briacone e malvagio. — Forse non l’era; ma nissuno lo amava, nemmanco i suoi di famiglia ch’egli ripagava a misura di carbone.

D’un unica virtù gli si faceva concessione, quella di attenere scrupolosamente le promesse, quante volte lo avesse giurato per la salvezza dell’anima sua.

Stefanaccio era sovrammodo superstizioso.

Bassotto, tarchiato, tozzo, con le gambe alquanto sbilenche e le braccia più lunghe del convenevole e così male appiccicate alle spalle che le gomita gli toccavano costantemente i fianchi, e con una faccia olivigna, dalla fronte depressa, il naso camuso e le labra sottili e sbiancate, quas’interamente offuscata da’ cerfuglioni della lunga ed arruffata capellatura e dalle setole dell’ispida barba, che gli rampollavano sin dal sommo de’ zigomi; tal’era l’uomo ch’erasi di traforo accostato al prigioniero.

Come si fu dissetato:

— Figliuolo — soggiunse questi in tono insinuante di prece — io avrei mestieri parlarti, dimandarti un servigio che confido non sarai per niegarmi.

— Quando, santolo? — interrogò il navalestro.

— In su l’atto.... so io, per avventura, se mi avanzi solamente un’ora di vita?

— Canchero, messere!.... ma come ho a fare adesso?.... mi sbirci solo uno di que’ scampaforche, ed aggravignarmi e conciarmi per il dì delle feste, e’ sarebbe tutt’uno.