I loro compagni riedevano sminuiti di numero e maledettamente rabbiosi per quanto era loro intervenuto nella rôcca di Camia.
Il conte Giovanni Ochino li capitanava sempre.
Scorgendo il prigioniero:
— A costui adesso! — gridò.
E, fattoglisi vicino, gli assestò un formidabile calcio alle costole.
— Non vi sapessi di ritorno — gemè il meschino mal trattato in tal guisa — e me lo annunzierebbe codesto vostro nobile tratto, conte di Monte Ochino!
— Per la croce! — sclamò questi ghignando — non mi stimare in uzzoli da badare alle tue ciance!... ormai dobbiamo intenderci e non altro....
E — come aveva fatto la prima volta — gli si piegò ginocchioni presso, dopo averlo rivoltolato con la faccia allo insù.
— Sai che t’ho detto — continuò abbassando la voce — o rivelarmi dov’hai riposto quel tuo còfano, o preparati a subire le più atroci torture.
— Sono pronto.... disponete!