Chissà!
Il dabben Terremoto mancava del necessario spirito di analisi non che per spiegare, per dimandare a sè stesso le recondite cagioni di quel suo strano turbamento.
Procedeva lento insieme ed ansioso: lento, perchè una voce intuitiva del core, lo avvertiva che, alla meta delle sue perlustrazioni, lo attendeva qualche terribile colpo; ansioso, perchè lo premeva il desiderio vivissimo di uscire dalla febrile incertezza che lo divorava.
Guadata la Nure, senza ricorrere a navalestri, e prima ancora che toccasse Borgo San Bernardino, intravide lontan lontano come due occhi di brage scintillanti nella notte, che rompevano funestamente le tenebre con sprazzi di luce fumigosa e sanguigna.
Que’ sinistri fulgori assorbivano tutta la sua attenzione. Egli vi tenne fiso immobilmente lo sguardo come un giorno su l’orsa minore il navigatore fenicio. Non badò più ad altro e — raddoppiando il passo — tirò via per scorciatoie, traverso rigagnoli, stoppie e malafitte.
Man mano si avvicinava e — al chiarore di quei due fuochi, che spandevano in giro come una nebia luminosa — una scena spaventevole e ributtante gli si parava inanzi agli occhi.
Tra que’ due punti infiammati, che altro non erano chè torce a vento, s’ergeva una rozza croce formata di un giovine faggio sfogliato e sbroccato nel luogo istesso in cui metteva radice, orizontalmente al quale era stato confitto per lo mezzo un grosso ramo di abete.
Da quella croce pendeva un corpo umano, anzi un cadavere, un lurido e schifoso cadavere d’uomo.
Col respiro strozzato tra le fauci, gli occhi smisuratamente sbarrati, le gambe vacillanti; Terremoto gli si accostò da vantaggio, si sollevò su la punta de’ piedi, protese inanzi il collo ed — acuendo le proprie facoltà visive — affisò a lungo quel cadavere in volto.
Riconoscerlo, impossibile, tanto era sformato.