Lo indovinò.

Era il cadavere del suo signore, di Giovanni il Grosso conte di Camia.

Gli sgherri del Monte Ochino — eseguendo gli ordini scellerati del loro capitano — avevano fatto subire al misero vegliardo tutti que’ tormenti che la feroce civiltà de’ tempi fornisse di più doloroso.

L’atroce tortura durò dalle prime ore del mattino sino al cader della notte.

Di tratto in tratto, il conte di Monte Ochino, si appressava al paziente e con tono misto di minaccia e di scherno:

— Vuoi tu confessarmi alla per fine dov’hai celato quel còfano? — gli susurrava all’orecchio.

— Mai! mai! — gli rispondeva invariabilmente il paziente.

E i tormenti ricominciavano.

In ultimo, quand’ebbero esaurito tutti que’ raffinamenti della ferocia che il fanatismo, l’esaltamento dell’odio avesse potuto suggerire a quell’orda scatenata di demoni, il Monte Ochino commise loro di preparare una croce.

Fu presto fatto.