Que’ sanguinari — inebriati dallo istesso scempio che avevano menato sì nefandamente di lui — sentivano, con rabbia, sfuggire dalle palpitanti e dilaniate sue membra quel soffio animatore che, sino a quel punto, avea loro servito per noverarne, misurarne, assaporarne le inenarrabili sofferenze.

Il loro còmpito da macellaio veniva interrotto dall’angelo della morte.

E ne provavano dispetto.

Il Monte Ochino confisse allora sul tronco del faggio patibolare una larga scheggia di legno, su la quale — con lo istesso sangue della sua vittima — vergate le seguenti parole:

A QUANTI ANCORA RESPIRANO DE’ CAMIA
MEDESIMO FINE.

I NICELLI.

Quindi si dileguarono tutti, lasciando sul luogo le due torce accese a rischiarare il teatro della loro carneficina.

Mentr’essi pigliavano a settentrione, Stefanaccio il navichiere, che — accovacciato su la riva del Barbarone, aveva assistito alla strage ed alla crudele agonia del suo sàntolo e signore — prese pel lato opposto e si ridusse fremendo a cercare un po’ di calma e di riposo nel fondo di uno de’ suoi burchielli.

Poco stette a sovraggiungere Terremoto.

La leggenda infitta a piè della croce che il chiarore delle torce gli permise di decifrare, gli cacciò nell’animo uno spaventoso sospetto.