Da poi proccurò che annullasse tutte le Costituzioni, e consuetudini contro la libertà ecclesiastica introdotte: indi gli fece restituire il Ducato di Spoleto, le Terre della Contessa Matilda, Ferrara, Villamediana, Monte Fiascone, e le città di Toscana appartenenti al Patrimonio. Fecegli far ordini rigorosissimi, che si prendessero gli Spoletani, e i Narniesi ribelli della Chiesa; e volle, che con effetto gli donasse il Contado di Fondi, che nell'anno 1218 s'avea fallo promettere.

(La pretensione del Papa sopra il Contado di Fondi nasceva dal testamento di Riccardo Conte di Fondi, il quale in gennaro dell'anno 1211 ne avea disposto per suo testamento in beneficio della Chiesa romana; ed in aprile del seguente anno 1212 il Papa ne avea proccurato anche assenso da Federico. Così il testamento di Riccardo, come l'assenso di Federico si leggono presso Lunig[261]).

Da Mantova passato da poi in Modena, accompagnato dagli Ambasciadori di quasi tutte le città, entrò coll'Imperadrice sua moglie in Roma, ed a' 22 novembre di quest'anno 1220 nella Chiesa di S. Pietro fu da Onorio con magnifica pompa insieme colla moglie incoronato Imperadore, e nell'istessa messa papale in mano del Pontefice giurò di difender la giurisdizione e Stato della Chiesa, e di passare con potente armata in Soria alla conquista di Terra Santa; e nell'istesso punto per mano d'Ugolino Cardinal e Vescovo d'Ostia, che fatto poi nell'anno 1227 Pontefice, fu detto Gregorio IX, fu segnato colla Croce. Intervennero in questa incoronazione molti Prelati e Baroni del nostro Reame, Stefano Abate di Monte Cassino, Ruggieri dell'Aquila Conte di Fondi, Giacomo Conte di S. Severino, e Riccardo Conte di Celano, ed altri Baroni noverati da Riccardo di S. Germano.

Allora fu, che Federico, per gratificare ad Onorio, promulgò in Roma dopo la celebrità della sua incoronazione quelle sue augustali Costituzioni, che leggiamo oggi nel libro secondo de' Feudi, secondo la volgare ed antica divisione, sotto il titolo de statutis, et Consuetudinibus contra libertatem Ecclesiae, etc. continenti più capitoli, rivocandosi nel primo tutti gli Statuti e Consuetudini introdotte contro la libertà ecclesiastica; stabilendosi nel secondo gravi pene contro i Gazari e Patareni ed altri Eretici; e negli altri dandosi alcuni provedimenti sopra l'ospitalità e testamenti de' peregrini, e sopra la sicurtà degli agricoltori; i quali si veggono confermati da Onorio. Nè dovrà dubitarsi, che in tal occasione, ed in quest'anno si siano promulgate queste Costituzioni in Roma da Federico; poichè oltre il testimonio di Riccardo da S. Germano[262], l'istesso Federico, nel proemio delle medesime, dice averle promulgate in die qua de manu sacratissimi Patris nostri summi Pontificis (intendendo d'Onorio) recipimus Imperii diadema. Tre capitoli delle quali furono da poi inseriti nel Codice di Giustiniano sotto il titolo de Haereticis[263]; ed un altro sotto il titolo de Sacr. Eccles. dal quale se ne formò l'Auth. Cassa, et irrita. Ciò che abbiam voluto avvertire, affinchè queste Costituzioni augustali non si confondano coll'altre, che promulgò da poi Federico per li soli Regni di Sicilia e di Puglia, com'è quella che comincia Inconsutilem, e l'altre, che si leggono nelle nostre Costituzioni del Regno. Queste sono le Costituzioni regie, non augustali, ovvero imperiali, e furono promulgate da poi per questi Regni, quando i Patareni erano penetrati in queste nostre parti, ed in Napoli particolarmente, dove Federico nell'anno 1231 ne fece molti imprigionare e punire, come diremo più innanzi.

Ma non perchè Federico avesse con tanto suo svantaggio e diminuzione delle ragioni dell'Imperio e del Regno, proccurato soddisfar il Pontefice, fu ciò bastante per averlo amico; poichè, come scrive Orlando Malavolta nell'Istoria di Siena, dimorando ancora Federico in Roma, s'avvide, che gli ordini, ch'egli avea dati per mettere in assetto le cose di Lombardia, erano mal eseguiti dalle città Guelfe aderenti alla Chiesa, e ciò avveniva per opera di Onorio, che voleva che gli fosse resa così poca ubbidienza da' suoi partigiani, studiandosi di tener così irreconciliabili e divise queste fazioni, per tema, che non passando queste città nel partito di Federico, egli poi non fosse sopraffatto dalla sua potenza.

§. I. Delle fazioni Guelfe e Ghibelline.

Qui bisogna per maggior chiarezza della istoria ricordare da capo il principio e la cagione di queste divisioni di Guelfi e Ghibellini, delle quali dovrà molto spesso favellarsene, per essersi in esse sovente intrigati i Re del nostro Reame.

(Delle varie opinioni intorno all'origine di queste fazioni, son da vedersi que' Scrittori, che raccolse Struvio[264]; dove rapporta la più vera, ch'è quella scritta da Andrea Prete, nella Cronaca di Baviera pag. 25, di cui ne adduce le parole).

Queste famose fazioni non nacquero, come si diedero a credere alcuni, ne' tempi del nostro Federico, ovvero ch'egli ne fosse stato autore, come a torto ne l'imputa il Fazzello; ma sursero molto tempo prima; egli le trovò già introdotte in Italia, nella quale aveano messe profonde radici. Cominciarono in Alemagna sino dall'anno 1139 ne' tempi di Corrado III, Imperadore, e nel Regno di Ruggiero I, Re di Sicilia[265]. I Ghibellini, che furon sempre Imperiali, presero il nome da Gibello città, ove nacque Errico figliuolo di Corrado. I Guelfi, che furon sempre Papalini, presero il nome da Guelfo Duca di Baviera. Vennero da poi questi nomi da Alemagna in Italia, per un accidente sopravvenuto in Firenze, che propagò in Italia le divisioni; poich'essendo in quella città un gentiluomo, il cui nome fu Messer Buondelmonte de' Buondelmonti, giovane vago, e molto avvenente, costui avea promesso di torre per moglie una donzella degli Amadei, nobili anch'essi; ma cavalcando un giorno per Firenze passò avanti il palagio d'una gentil donna della famiglia Donati, la quale essendosi invaghita delle maniere avvenenti del giovane, avea proposto di dargli per moglie una sua figliuola, la quale, perchè unica era nata al padre, avea redato una buona e ricca dote. Costei adunque fattasi in su l'uscio della sua casa trovare, mentre di colà passava Messer Buondelmonte ed amichevolmente salutatolo, incominciò donnescamente a proverbiarlo della donna, che preso avea, dicendogli che non era meritevole di così degno giovane, com'egli era, con soggiungere: io vi avea serbata questa mia figliuola di voi assai più degna, che quella, che presa avete; le cui parole udendo Messer Buondelmonte, e veggendo la fanciulla di nobilissima presenza e di maravigliosa bellezza, di lei incontanente innamoratosi, rispose, che sarebbe stato troppo sciocco a rifiutar così cortese offerta, e tosto la prese e sposò. Significato tal fatto agli Amadei, gli accese di grandissima ira contro Messer Buondelmonte, che così schernendogli era lor venuto meno della promessa del pattuito parentado, e mentre insieme uniti trattavano di che guisa si dovessero di lui vendicare, se con batterlo, o con ferirlo, un Messer Moscadi Lamberti, uomo, che di poca levatura avea mestiere, disse che egli avrebbe trovato un miglior modo che tutti gli altri; e non guari da poi la mattina di Pasqua di Resurrezione incontrando a cavallo Messer Buondelmonte al Ponte vecchio dell'Arno, assalitolo con alcuni altri suoi congiunti di sangue, e con molte ferite atterratolo da cavallo l'uccise appunto a piedi del pilastro, che sosteneva la statua di Marte antico Idolo de' Fiorentini. Sì fiera novella sparsasi per la città, fu cagione, che si levasse tutta ad arme e a rumore, dividendosi i Nobili di essa in due fazioni, che si chiamarono poi Guelfi, e Ghibellini; dell'una delle quali parti furono in Firenze Capi i Buondelmonti, insieme con molti altri, e si nomarono Guelfi; e dell'altra, che si nomò de' Ghibellini furono capi gli Uberti collegati con gli Amadei, e con altre molte famiglie; la qual fiera pestilenza si sparse poscia in breve tempo per la maggior parte dell'altre città d'Italia con grande lor disfacimento e rovina. Poichè nelle discordie nate tra Pontefici e gl'Imperadori, quelli del partito, che seguirono l'Imperadore furon detti perciò Ghibellini, gli altri del contrario, che seguirono le parti del Papa si dissero Guelfi; ed i Papi proccuravano mantener le fazioni, per così deprimere, o almen bilanciare le forze imperiali. Questo istesso intendeva fare Onorio con Federico, non ostante d'esser stato così ben da lui corrisposto. Ma questo Principe ciò dissimulando, lasciato in Toscana Corrado Vescovo di Spira e Cancelliero imperiale d'Italia, acciocchè mantenesse in fede i vecchi amici, e ne gli acquistasse altri di nuovo, partitosi di Roma venne in Terra di Lavoro, richiamato anche per reprimere alcune novità, che alcuni Baroni macchinavano nel Regno, e giunto a S. Germano fu a grand'onor raccolto dall'Abate Stefano; indi tolse al Conte di Fondi Sessa, Teano e la Rocca di Mondragone, che ne' passati tumulti avea occupati.

§. II. Della Corte capuana.