Non guari da poi Federico, da S. Germano, passò a Capua, ove formatosi convocò un general Parlamento, nel quale diede molti provedimenti per la quiete e comun bene del nostro Reame. Allora fu, che per consiglio di Andrea Bonello da Barletta celebre Giureconsulto ed Avvocato fiscale della sua Corte si ristabilì in Capua un nuovo Tribunale, chiamato la Corte capuana[266], nella quale ordinò, che i Baroni ed i Comuni delle città e terre, ed ogni altra persona, dovessero presentare tutte le concessioni e privilegi delle lor castella, e di altre cose, che tenevano da lui e da' passati Re suoi predecessori (ad esclusion però di Tancredi e suoi figliuoli, che gli ebbe per intrusi) per riconoscergli se stavan bene, o fossero stati illegittimamente conceduti in tempo di turbolenze; ingiungendo, che coloro che non gli presentassero, si tenessero caduti dalle concessioni, che in essi si contenevano e s'applicassero alla sua Camera; rivocando altresì alcune di esse, ch'erano state fraudolentemente estorte. Di che oltre di quel che ne scrisse Riccardo di S. Germano[267], ne abbiamo anche nelle nostre Costituzioni del Regno un intero titolo: De privilegiis a Curia Capuana revocatis. Ciò che abbiam voluto avvertire, perchè non si creda, che Federico questa Corte l'avesse istituita in Napoli, come si diedero a credere Camillo Salerno[268] e 'l Tutini[269], essendo stata quella eretta in Capua, e perciò chiamata Capuana. Napoli fu da poi da questo Principe innalzata sopra tutte le altre per l'Accademia degli Studi, che vi fondò, e per lo Tribunal della Gran Corte, di che più innanzi ci sarà data occasione di favellare.

Ma ne fu grandemente biasmato il Bonello nostro Giureconsulto autor di tal Corte; poichè quella apportò danno gravissimo a molti, a' quali, o i loro privilegi furon rivocati, o pure, perchè non presentati in tempo, non fu di essi poi tenuto conto; onde i nostri Commentatori sopra quella Costituzione mal sentono di questa istituzione, e ne parlano con istrapazzo, come stabilita senza legge e senza ragione, e che sappia di tirannide; ma Marino da Caramanico antico Glossatore ben la difende contro tutti gli sforzi di costoro.

Ordinò ancora Federico in questo general Parlamento, che si abbattessero tutte le Rocche e Fortezze, che novellamente alcuni Baroni aveano edificate per lo Reame; di che l'istesso Federico in un'altra Costituzione, che abbiamo sotto il titolo de novis aedificiis, ne fece anche menzione[270]; e dopo aver dati altri provedimenti, che, come dice Riccardo da S. Germano, in venti capitoli erano contenuti, compita l'Assemblea, da Capua, essendo entrato l'anno 1221, se ne andò a Sessa, ove fece torre a Riccardo fratel del morto Pontefice Innocenzio il Contado di Sora, che in suo nome gli aveano donato i Governadori del Regno, mentre era egli ancor fanciullo, come si è di sopra narrato[271]. Comandò ancora a Ruggiero dell'Aquila, che assediasse il castello d'Arce difeso da Stefano Cardinal di S. Adriano, e l'ottenne; ed a preghiere de' Tedeschi sprigionò il Conte Diopoldo, che sin dall'anno 1218 avea fatto carcerare.

Nel medesimo tempo concedette il Contado della Cerra a Tommaso d'Aquino, e 'l creò Maestro Giustiziero di Puglia e di Terra di Lavoro[272]. Passò poi sopra Bojano con molti altri Baroni, ch'erano in sua compagnia, per reprimere la fellonia del Conte di Molise e d'alcuni altri Baroni; ed avendogli abbassati e posta in tranquillità quella provincia, discorse anche per la Calabria e per la Puglia, ancor tumultuanti; poichè molti Prelati e Baroni, che per la sua fanciullezza eran avvezzi a vivere a lor talento, non intendevano ubbidirlo, se non quando lor piaceva: a reprimer queste rivolture v'accorse immantenente; ed avendo discacciati alcuni Baroni, ed altri costringendogli alla fuga, questi si ricovrarono in Roma sotto il presidio del Pontefice Onorio; di che si doleva Federico, che Onorio accogliesse i suoi nemici e ribelli, e fomentasse con ciò le ribellioni ne' suoi Stati, istigando ancora molti Vescovi a far il medesimo; onde fu egli costretto per sicurezza dello Stato discacciarne alcuni dalla Puglia, e sustituire altri Vescovi in luogo loro; e, per sostenere il suo esercito, di taglieggiare indifferentemente così le Chiese come i Cherici per li suoi bisogni[273].

CAPITOLO I. Prime origini delle discordie tra l'Imperadore Federico II, con Papa Onorio III.

Questi furono i primi fomenti dell'inimicizie tra Federico ed Onorio. Federico portava le doglianze contro Onorio, che oltre di mantenergli le città Guelfe avverse, ricovrava sotto il suo presidio i suoi nemici e ribelli, fomentando ancora molti Prelati del Regno a questo fine. All'incontro Onorio vedendo discacciati alcuni Vescovi, taglieggiate le Chiese, ed in lor luogo sustituiti altri da Federico, altamente si querelava di lui, che così violasse l'immunità e libertà della Chiesa, ch'egli medesimo dopo la sua coronazione avea giurato di conservare, e stabilite perciò più Costituzioni. Declamava ancora, come s'arrogasse tanta autorità d'investire i Prelati del Regno e discacciar quelli rifatti da lui; onde per questo inviò suoi Legati all'Imperadore, affinchè gli restituisse nelle loro Sedie.

Ma Federico costantemente gli rispose, che fu sempre in balìa de' Principi discacciar da' loro Stati i Prelati a se sospetti e diffidenti, e che sin da Carlo M. era stato lecito agl'Imperadori d'investire i Vescovadi ed altre dignità coll'anello e collo scettro, e che fu antica autorità, anche de' Re di Sicilia nella elezione de' Prelati dar l'investiture e gli assensi: che questo lor privilegio non poteva derogarsi da Innocenzio III, come fece con una donna, mentr'egli era ancor fanciullo; e che prima si lascerebbe torre la Corona, che derogar in un punto a questi suoi diritti[274].

Dall'altra parte il Papa scrisse una molto forte lettera, rapportata da Pirro[275], a tutti i Ministri regj di Sicilia, perchè non permettessero l'esazione de' tributi contro i Cherici ed altre persone ecclesiastiche, ma gli lasciassero immuni, come erano sotto Guglielmo II. Alcuni scrissero, che fra questi contrasti, Federico, prima di passare in Sicilia, avesse celebrato un altro Parlamento in Melfi, come nell'anno precedente avea fatto in Capua, e che quivi avesse fatto pubblicare il volume delle sue Costituzioni, compilato per suo ordine da Pietro delle Vigne. Ed in vero se dovesse attendersi la data, che quelle portano, dovrebbe dirsi, che in quest'anno 1221 quella compilazione seguisse, così leggendosi nelle vulgate: Actum in solemni Consistorio Melfitensi, Anno Dominicae Incarnat. M.CC.XXI. Ma perchè Riccardo di S. Germano non fa menzione di tal Parlamento in Melfi in quest'anno, ma ben nell'Anno M.CC.XXXI dice, che fu tenuto in quella città, ove si stabilirono queste Costituzioni, perciò noi differiamo a parlar di questa compilazione nel tempo posto da Riccardo, ove con manifesti argomenti dimostreremo non altrimenti in quest'anno, ma in quello essersi pubblicato quel volume; e che per isbaglio degl'impressori, che era facilissimo ad accadere, in vece del 1231 siasi impresso 1221.

Pubblicò egli è vero in questo medesimo anno alcune sue Costituzioni, ma non già nel Parlamento di Melfi ma in quello che tenne in Messina, quando composte le cose di Puglia passò in Sicilia, le quali da Pietro delle Vigne furono poi anche inserite in quel volume, insieme con quelle, che pubblicò in Capua, e con altre, che stabilì altrove per varie occasioni, come ben a lungo, quando di questa compilazione ci toccherà favellare, diremo.

Intanto Federico terminato questo Parlamento in Messina passò a Palermo, ove fece raccorre per tutti i suoi Regni una general taglia della ventesima parte delle rendite degli Ecclesiastici, e della decima de' Laici, non già per avarizia, come pure a torto ne fu incolpato, ma per soccorso della guerra di Terra Santa, e particolarmente per soccorrer Damiata, la quale era strettamente assediata dal Soldano d'Egitto. Inviò pertanto colà la raccolta moneta per Gualtieri della Pagliara Gran Cancelliero, e per Errico conte di Malta Grand'Ammiraglio di Sicilia; ma giunto costoro in Damiata fu per colpa del Cardinal Pelagio, e di tutti gli altri Principi, che colà militavano, perduta quella città, che con tanti travagli si era acquistata, restituendola vergognosamente al Soldano d'Egitto: di che fieramente sdegnato Federico contro il Gran Cancelliero ed il Grand'Ammiraglio, ch'eran con gli altri concorsi a così vergognosa resa, imprigionò il Conte, e lo spogliò di tutte le terre ed ufficj che possedea, ed il Cancelliero se ne fuggì a Vinegia, dove forse in esilio morì, non facendosi di lui più menzione alcuna nelle scritture di que' tempi. Morì in questo medesimo tempo in Bologna Domenico di Gusman, che fu poi chiamato Santo.