CAPITOLO VII. Spedizione di Gregorio IX sopra il Regno di Puglia.

Papa Gregorio scorgendo, che questi sforzi non eran bastevoli ad impedire i progressi del Duca, il quale avea già sottoposta la Marca al dominio dell'Imperadore insino a Macerata, deliberò di muover guerra nel Reame di Puglia e spinger le sue armi contra queste province, acciocchè postele in isconvolgimento, dovesse per lor difesa prestamente accorrere il Duca, e lasciar liberi i suoi Stati. Congregati adunque nuovi soldati, ne creò Capitani Pandolfo d'Alagna suo Legato, Ruggieri dell'Aquila Conte di Fondi e Tommaso Conte di Celano ribelli e nemici di Federico.

Questi Capitani a' 18 gennaio del nuovo anno 1229 per la strada di Cepparano, entrarono in Terra di Lavoro co' loro soldati, che eran nomati Chiavesegnati; ed assalirono ed espugnarono in un subito il castello di Ponte Solarato, che era allora la Porta del Regno ed il primo luogo forte da quella parte a' confini dello Stato della Chiesa, e l'aveva in guardia, per l'Imperadore, Adenolfo Balzano. La caduta di questo castello cagionò sì fatto timore in Bartolommeo di Supino Signore di S. Giovanni in Carrico, ed in Roberto dell'Aquila Signore del castello di Pastena, che senza far altra difesa, di lor volere anch'essi si resero; indi passato il fiume di Telesa s'avviarono li soldati papali verso il Contado di Fondi.

Intanto Errico Morra Gran Giustiziero, avuta contezza della mossa di cotal guerra, ragunati in un subito molti soldati, ne venne a San Germano per contrastare colle genti del Pontefice, ed impedire di far altro acquisto. Ma queste opposizioni poco valsero per impedire i felici progressi dell'esercito del Pontefice, il quale scorrendo per molti luoghi di questa provincia avea occupato molte Rocche e castelli insino a Gaeta. Questa città, mentre si rendeano tanti luoghi al Legato del Papa, fu sempre fedele all'Imperadore, resistendo agli sforzi del Legato, apparecchiandosi valorosamente alla difesa, per la qual cosa fu dal Cardinal Pelagio, Vescovo d'Albano e Legato del Pontefice sottoposta all'interdetto. Si resero parimente al Legato Pontecorvo con tutte l'altre Terre di Monte Cassino, la Rocca d'Evandro, Trajetto, e Sugio e finalmente fu forza che si rendesse anche la città di Gaeta, nella quale fu abbattuto e spianato il castello, che l'Imperadore con molta spesa vi avea edificato, essendosene partiti, per non poter far altro molti fedeli di Federico, che non vollero rimaner sudditi del Pontefice; ed i Beneventani avuta contezza de' felici successi dell'esercito Papale, rompendo anch'essi da quel lato la guerra, ne andarono a far gravi danni e prede in Puglia di bovi ed altri animali, e nel lor ritorno ruppero, e posero in fuga il Conte Raone di Valvano, che lor s'era opposto; per la qual cosa il Gran Giustiziero con tutt'i Baroni fedeli all'Imperadore andarono con lor soldati contra quelli di Benevento e guastarono e distrussero molti lor poderi dalla banda di Porta Somma, ove era posta la lor Rocca.

Non tralasciavano ancora i Frati Minori ed i Monaci di S. Benedetto portar lettere del Papa ed ambasciate a molti Baroni, Prelati e Comunità delle città e castella, acciocchè si ribellassero dal lor Signore e passassero dalla banda del Pontefice, pubblicando falsamente, che Federico era morto e che però in Puglia non sarebbe più tornato[326]; la qual novella fermamente creduta da molte di quelle città, da lui si ribellarono, come avrebbono ancor fatto tutte l'altre, secondo che scrive l'Abate Uspergense con uccidere quanti Oltramontani vi dimoravano, se non l'avesse trattenuto l'essersi scoverta la frode, e che Federico era per ritornar presto nel Reame; per la qual cosa furono dal Duca di Spoleti scacciati dal Regno e da' loro monasteri tutti i Frati Minori e tutti i Monaci Cassinensi, de' quali parte andarono via, altri buttando l'abito si nascondevano, vivendo da secolari.

Intanto aveano il Re Giovanni ed il Cardinal Colonna, dopo vari conflitti, costretto il Duca di Spoleto ad uscir dalla Marca, e ricovrare in Apruzzi, dove da coloro seguito, era stato dentro la città di Sulmona strettamente assediato: della qual cosa fatto consapevole il Cardinal Pelagio significò al Re Giovanni che prestamente fosse venuto a congiungersi seco per far con maggior sforzo la guerra in Terra di Lavoro; il perchè il Re Giovanni, sciolto l'assedio da Sulmona, per la Valle di Sangro venne nel Contado di Molise, e prese per istrada Alfidena col suo castello, prese parimente Paterno con altri luoghi, ed abbrugiò Castel di Sangro; e nello stesso tempo il Conte di Campagna con buona mano di fanti e cavalli, assoldati novellamente dal Pontefice per supplimento della guerra del Regno, gitone improviso sopra Sora in un subito la prese, rimanendo però la Rocca in poter degl'Imperiali: ed indi partito, colla stessa agevolezza, prese Arpino, Fontana e la Valle di Sora con tutto il paese de' Marsi; e dall'altra parte il Re Giovanni col Cardinal Colonna giunto in Terra di Lavoro e valicato il fiume Volturno, si congiunse con l'esercito del Cardinal Pelagio, che l'attendea presso Telesa, e così uniti andarono a campeggiare sopra Cojazza.

Nel medesimo tempo, che Gregorio travagliava il Regno, Federico in Soria impiegava le sue forze per quella santa impresa; poichè giunto non molto dopo la sua partenza nel mese di settembre in Accone[327], indi passato in Cipro, dopo varie imprese, ne andò in Soria, e giunse coll'esercito de' Crocesignati in Joppe a' 15 novembre del passato anno, e fortificò quella città, che era disfatta. Dimorò in cotal opera tutta la quaresima, nella quale corse pericolo d'aver da abbandonar l'impresa, ed andarsene per terra a Tolemaida, per mancamento di vettovaglie, essendo dalla tempesta del mare impediti a condurvele i suoi vascelli, che colà dimoravano; ma tranquillatosi poi ne ebbe in gran copia. Pure, dopo aver fortificata Joppe, andò in Tolemaida, indi passò al castel di Cordana, ove dimorando inviò Bagliano Signor di Tiro ed il Conte di Lucerna per suoi Ambasciadori al Soldano d'Egitto, che era attendato col suo esercito presso Napoli, avendo seco suo fratello, a cui gli Ambasciadori, dati preziosi doni da parte dell'Imperadore, esposero in cotal guisa la loro imbasciata; che Federico il volea per fratello ed amico, se così di grado gli fosse, e che non era passato in Soria per torgli niun luogo del suo Stato, ma solo per ricuperare il Reame di Gerusalemme col Sepolcro di Cristo, il quale era stato già posseduto da' Cristiani, ed ora per cagione di Jole sua moglie, che n'era stata legittima Reina, spettava di ragione a Corrado lor comune figliuolo. Alla quale proposta rispose il Soldano, che considerato il tutto, avrebbe per suoi messi risposto all'Imperadore; ed onoratigli con altri convenevoli doni gli accommiatò. In questo punto giunsero al Patriarca di Gerusalemme le lettere, che Papa Gregorio gli mandava per due Frati Minori, nelle quali gli ordinava, che dichiarasse scomunicato Federico, e mancator di fede, per non esser passato in Terra Santa nello stabilito tempo, nè col convenevole apparecchio, proibendo a' Cavalieri dell'Ospedale e del Tempio, ed a' Teutonici, che non l'ubbidissero in cosa alcuna.

Il Soldano ancorchè avesse contezza, che l'Imperadore avea mancamento di vittovaglia, e che per essere in grave discordia col Pontefice, era stato novellamente dichiarato scomunicato, e che era poco ubbidito da' Peregrini (così chiamavano que' soldati, che stavan continuamente militando in Soria) pure temendo grandemente l'armi ed il valor de' Cristiani, gli inviò suoi Ambasciadori con parole cortesi, e con multi elefanti, camelli e cavalli arabi, ed altri nobilissimi presenti, senza però veruna conclusione d'accordo, con dirgli, che gli avesse di nuovo mandati alcuni suoi Baroni, che non avrebbe mancato di conchiudere con loro quel, che giusto e convenevol sarebbe; onde l'Imperadore gli spedì i primi uomini di sua Corte, i quali arrivati che furono in Napoli, il ritrovaron di colà partito, con ordine, che l'avesser seguito a Gaza, ma essi non volendo far ciò, se ne tornarono a dietro all'Imperadore. Or come Cesare conobbe essere stato con astuzia barbara deluso dal Soldano, che gli dava parole per menar la bisogna in lungo, convocati in Tolemaida i primi della città, ed i Peregrini e soldati, disse che voleva assalire il Zaffo per esser più presso a Gerusalemme, ove potevan anch'essi venire. A tal proposta di Federico risposero i Maestri dello Spedale e del Tempio in nome di tutti gli altri, che non ostante, che dal Pontefice romano, al quale dovevano ubbidire, fosse stato lor proibito il trattar seco, e secondarlo, pure per l'utile di Terra Santa e del Popolo cristiano, eran pronti a far con lui quell'impresa; ma volevano, che le grida e gli ordini, che nel Campo si aveano a fare, si facessero in nome di Dio, e della Cristiana Republica, senza che in essi di Federico sotto alcun titolo sì facesse menzione; della qual cosa sdegnato Federico, non volle in guisa alcuna consentirvi, e senza lor compagnia procedette avanti sino al fiume Monder, che corre tra Cesarea ed Artus; significato ciò a' Cavalieri dello Spedale ed a' Templarj, ed agli altri Peregrini, considerando quel che conveniva al pubblico bene, e temendo non fosse l'Imperadore offeso dal Soldano, che avea ragunato innumerabile esercito, cominciarono alquanto da lontano a seguirlo, attendandosi sempre a vista di lui per potere, se il bisogno il richiedesse, prestamente soccorrerlo; ma l'Imperadore accortosi più chiaramente del pericolo, che correa per tal divisione, da dura necessità fu costretto a cedere al lor volere, e si contentò che senz'esser lui nominato, le grida far si dovessero, in nome di Dio, e della Repubblica Cristiana; onde con lor si congiunse ad un rovinato Castello, mentre cominciavano a riedificarlo.

Era, quando queste cose successero, nel mezzo del verno, ed ecco che sopraggiunse a Federico un veloce navilio, con un messo, rapportandogli la novella che il Reame di Puglia era da' Capitani del Pontefice tutto sconvolto, e che molte province erano state da coloro occupate, e che l'altre correan gran pericolo di perdersi.

Questa rea novella fece precipitare le cose di Soria; poichè Federico prestamente s'indusse a concordarsi col Soldano per tornare al soccorso de' suoi Stati in Italia; onde a ragione scrisse Riccardo da S. Germano: Verisimile enim videtur, quod si tunc Imperator cum gratia, et pace Romanae Ecclesiae transiisset, longe melius et efficacius prosperatum fuisset negotium Terrae Sanctae, sed quanta in ipsa sua peregrinatione adversa pertulerit ab Ecclesia, cum non solum ipsum Dominus Papa excommunicaverit, verum etiam quod ipsum excommunicatum scirent et tanquam excomunicatum vitarent eundem Patriarco Jerosolimitano mandavit. E l'Abate Uspergense[328] non potè parimente, considerando questi fatti, non esclamare, e dire: Quis talia facta recte considerans non deploret, et detestetur, quae indicium videntur, et quoddam portentum, et prodigium ruentis Ecclesiae?