La pace conchiusa col Soldano, ancorchè fatta in tempo, che men si conveniva per le cagioni già dette, fu nondimeno per quanto si potè, per Federico vantaggiosa; essendosi accordati i seguenti capitoli. Si conchiuse fra loro triegua per dieci anni, in virtù della quale il Soldano restituiva a Federico la città di Gerusalemme con tutti i suoi tenimenti; e si convenne, che il Sepolcro di Cristo dovesse essere in custodia de' Saraceni: perchè quelli lungamente aveano usato ivi orare, ma che ciò non ostante, il Sepolcro fosse esposto a' Cristiani, i quali similmente potessero con tutta la lor libertà andar ivi per adorarlo; gli restituì ancora la città di Bettelemme e di Nazzaret; e tutte le ville, che sono per lo dritto cammino sino a Gerusalemme, e la città di Sidone e Tiro, ed alcun'altre castella possedute già da' Cavalieri del Tempio, con condizione, che potesse l'Imperadore fortificare, e munire Gerusalemme con muri e torri a suo talento; fortificare il castel di Joppe, e quel di Cesarea, Monteforte, e castel Nuovo. Che fossero restituite a Federico tutte quelle cose, che erano state in potestà di Balduino IV, e che gli furono tolte dal Saladino; e che si ponessero senz'altra taglia in libertà tutti i prigionieri.

(Contro questa pace declamò tanto Gregorio IX che Federico trattasse meglio i Maomettani, che i Cristiani; e da Lunig[329] si rapporta la Bolla, che istromentò in quest'anno 1228 in Roma, dove vien imputato Federico di molti delitti. All'incontro questo medesimo Collettore rapporta alla pag. 879 le risposte, che i Vescovi e Principi di Germania, e d'Italia fecero alle accuse di Gregorio, confutando una per una le imputazioni ingiustamente fattegli. Questa pace si appartiene solamente al Regno di Gerusalemme; poichè Federico nell'anno 1230 ne conchiuse un'altra col Soldano, che riguarda la libera negoziazione tra Cristiani e Maomettani in Corsica, Marsilia, Venezia, Genova e Pisa, e la libera navigazione ne' porti d'Affrica, d'Egitto, ed altre regioni adiacenti al mare Mediterraneo; l'istromento della quale vien anche rapportato da Lunig[330]).

In cotal maniera fu conchiusa questa pace da Federico, contro il quale non mancò chi lo dannasse, e biasimasse, perchè avesse lasciato il sepolcro di Cristo in mano de' Saraceni, per cui era stata impresa questa guerra: lo biasimarono ancora alcuni altri più moderni Autori trattandolo da timidissimo e vile, opponendogli, che sofferse dal Soldano, e da' suoi soldati mille obbrobriosi scherni. Ma la Cronaca di Riccardo da S. Germano Scrittor contemporaneo a que' successi, ben convince le costoro bugie e malignità contro quel Principe. Ed i nostri Italiani, come ancora il Patriarca di Gerusalemme nelle sue lettere, per esser stati la maggior parte Guelfi suoi nemici e partigiani, ed aderenti del Pontefice, non meritano in ciò credenza alcuna. In fatti per quel, che s'attiene al sepolcro di Cristo, Riccardo da S. Germano attesta la necessità, che ebbe di lasciar la custodia di quello in mano dei Saraceni, rapportando la cagione di questo articolo: Quia, parlando de' Saraceni, diu consueverant orare ibidem, et ut liberum introitum, et exitum habeant illuc accedentes orationis causa: ma si convenne ancora, che a' Cristiani fosse in libertà far il medesimo, et Christianis similiter orationis causa sit expositum; donde si convince quanto sfacciata sia la menzogna insieme, e l'adulazione del Bossio[331], che nell'istoria della religione di Malta, dice, che fu proibito a' Cristiani di potervi entrare. Ed il voler accagionare Federico di timidezza e viltà, è contro tutta l'istoria; poichè fu egli un Signor grande e valoroso, e di cuor feroce e magnanimo, come per tant'imprese, che egli fece, chiaramente si scorge; nè par verisimile, anzi è impossibil cosa l'aver voluto soffrire dagli effeminati Popoli d'Egitto, e da' vilissimi Arabi quei dispregi ed oltraggi, che non sofferì, nè da' Lombardi, nè dai Tedeschi, nè da tante valorose Nazioni, delle quali ottenne più volte nobilissime vittorie per tutto il tempo di sua vita.

Federico adunque, dopo la pace fatta, volendo partir di Soria, e tornare al soccorso de' suoi Stati d'Italia e della Puglia, propose di voler prima prender la possessione, e la Corona regale dell'acquistato Regno di Gerusalemme; fece adunque, che Ermanno Saltza significasse per sue lettere al Patriarca di Gerusalemme, che fosse andato per tal affare insieme con lui in quella città; ma il Patriarca partigiano del Pontefice, gli rispose, che ciò non potea farlo, se prima non vedesse le capitolazioni dell'accordo seguito tra l'Imperadore ed il Soldano. Il Maestro Ermanno tosto glie le inviò per un Frate di S. Domenico. Veduto che ebbe l'accordo il Patriarca, negò d'intervenirvi, dicendo, che non avea sicurezza alcuna di porsi nelle mani di quei barbari, non facendosi nell'accordo menzione del Clero, nè essendo giurato dal Soldano in Damasco, a cui quel Regno di ragione appartenea, e che perciò non era nè sicuro, nè durabile: anzi col pretesto, che il tempio ed il sepolcro di Cristo fosse rimasto in custodia dei Saraceni, e per impedire, che Federico in quello si incoronasse, mandò l'Arcivescovo di Cesarea per suo Legato, e fece dal medesimo di suo ordine interdire tutta la città santa di Gerusalemme, e spezialmente sottopose all'interdetto il sepolcro istesso di Cristo, vietando, che non potessero ivi celebrarsi i divini Uffici.

(È singolare ciò, che Giovanni Vito Durano nella Cronaca al 1243 scrisse parlando della coronazione di Federico in Gerusalemme, dicendo, che non ostante l'interdetto vi si cantò messa, e che il Soldano, che stava a lato di Federico gli dimandò, che voleva dire quel pane in mano del Sacerdote, e ch'egli adorava: udito che l'ebbe, mossesi ad un sorriso, e con uno scipito motto schernì il Mistero. Seguitando la fede di Durano rapporta ancora questo fatto il diligentissimo Aulisio[332]).

Onde Federico in cambio in questa impresa di riceverne benedizioni, ebbe maledizioni, come dice Riccardo: Primitias recuperationis ipsius, non benedictione, sed anathemate prosecutus; ma l'Imperadore poco di ciò curando entrò a 17 marzo a Gerusalemme, e nel vegnente mattino con convenevol pompa accompagnato dal Maestro Ermanno, e da tutti i suoi famigliari ne andò alla chiesa del sepolcro, e dopo aver lungamente orato, e dato grazie al Signore, scorgendo, che per l'interdetto niuno ardiva celebrar la messa, nè si poteva far altro ufficio a ciò bisognevole, non avendovi voluto intervenire nè anche gli stessi Prelati tedeschi, che egli avea richiesto di ciò, con rispondergli, che non volean per tal atto essere scomunicati dal Papa: prese egli colle proprie mani la Corona dell'altare ove ella era, e se ne incoronò; ed il Gran Maestro dei Teutonici orò lungamente in lode di Federico, esagerando, che col suo avvedimento e valore quella città, ed il suo Reame a' Cristiani restituito avea[333]; e coronato che fu, diè subito provedimenti per fortificar Gerusalemme, e rifar le sue mura, che da Corradino Soldano di Damasco erano state abbattute e disfatte. Dopo la qual cosa, camminando velocemente per la novella del Reame di Puglia invaso dal Papa, passò al Zaffo, e di là a Tolemaida, ove creò due Capitani della gente, che avea a rimanere in presidio de' luoghi acquistati; e de' Tedeschi, che aveano a navigar seco in Puglia, creò Capitano il Maestro de' Teutonici, ed avendo in questo ritorno sofferte e superate molte ostilità fattegli dal Patriarca di Gerusalemme, e dai Maestri Ospitalieri e Templari, finalmente con felice viaggio capitò prima di tutti gli altri, che seco venivano, nel mar di Brindisi.

Giunto appena Federico in Brindisi, inviò suoi Ambasciadori al Pontefice Gregorio, che furono gli Arcivescovi di Reggio e di Bari, col Gran Maestro Ermanno, i quali andati prima a Cajazza, ove erano ad assedio il Cardinal di S. Prassede, ed il Cardinal Albano, ed avute da amendue lettere per lo Pontefice, a Roma da lui n'andarono; e datogli conto di quel, che s'era fatto in Palestina, gli chiesero poi in nome dell'Imperadore, che l'avesse assoluto dalla scomunica, e si fosse pacificato seco.

Ma Gregorio adirato di quel, che contro l'Imperadore gli avea scritto il Patriarca di Gerusalemme, dicendo, che l'accordo col Soldano era fatto in pregiudizio de' Cristiani, non volle far nulla di quanto gli chiesero gli Ambasciadori; per la qual cosa rimastosi in Roma il Gran Maestro, ritornarono gli altri due Arcivescovi nel Reame.

Intanto si resero all'Imperadore per opera di Adinolfo, e di Filippo d'Aquino le castella d'Atino e di Celio; ed essendo Federico col suo esercito de' Crocesegnati venuto in Terra di Lavoro contro il Re Giovanni, ed i Cardinali Legati, che stavano coll'esercito de' Chiavesegnati all'assedio di Cajazza, pose sì fatto timore colla sua venuta, che sciolto l'assedio, ed abbruciate le macchine, si ritrassero frettolosamente a Teano, andandone in Roma il Cardinal Colonna a chieder moneta al Pontefice per pagare i soldati, e l'Imperadore ne venne a Capua, ove alloggiato il suo esercito, passò a Napoli e chiese, ed ottenne da' Napoletani soccorso d'armi e di soldati[334].

Racconta ancora Riccardo, che il Cardinal Pelagio non avendo modo per sostener l'esercito, si prese tutto il tesoro, ed ogni altro suppellettile d'argento e d'oro, che era in Monte Cassino, per farne moneta, ed intendendo fare il medesimo nella chiesa di S. Germano, gli Ecclesiastici di quel luogo si composero in una certa somma di danari, perchè il Cardinal Pelagio non si pigliasse il tesoro della lor chiesa: ed intanto l'Imperadore ritornato da Napoli a Capua, n'andò poi a Calvi, la qual città prese a forza, e molti soldati del Pontefice che la difendevano, fece crudelmente morire impiccati per la gola, e quantunque il Re Giovanni cercasse impedirgli il cammino, passò per Riardo a S. Maria della Ferrata, ove per tre giorni dimorato, ebbe in sua balia Vairano, Alife, Venafro e tutto lo Stato de' figliuoli di Pandolfo, per li cui felici progressi sgomentato il Re Giovanni col Cardinal Pelagio, per la strada di Venafro se n'andò a Mignano, ed indi con veloce cammino se n'andò a S. Germano; ma sentendo che l'Imperadore frettolosamente veniva a quella volta, tosto fu disciolto l'esercito papale, e passò frettolosamente in Campagna di Roma, e tutti gli altri Prelati partigiani del Pontefice eran passati col Re Giovanni a Roma.