Si credette, che per la competenza e contrasto fra questi due Principi Carlo e Filippo, ciascun de' quali per se dimandava istantemente al Pontefice Clemente XI l'investitura del Regno di Napoli, dovesse con tal opportunità cancellarsi quest'uso; poichè essendo stato sempre costante quel Pontefice a negarla all'imperador Leopoldo, che giustamente la dimandava per l'Arciduca Carlo suo secondo figliuolo, ripugnava ancora (per ostentar neutralità) di darla al Re Lodovico di Francia, il quale, non men che Leopoldo, istantemente la chiedea per lo Duca d'Angiò suo nipote.

(Tutti gli atti e pubbliche scritture uscite per l'occasione di questa investitura, che dimandavasi al Papa da' Principi rivali, e le relazioni della ridicola pretensione, che da ciascuno si faceva del cavallo bianco, che non accettato si lasciava andar ramingo e scapolo per Roma, furono unite ed impresse da Cassandro Tucelo Tom. I. cap. 6, dove si leggono le Allegazioni di Ulrico Obrecto, e le contrarie di Rolando de Duvinck.)

Per questa competenza in tutto il Pontificato di Clemente, che fu molto lungo, non si curò più da competitori dimandarla, tal che si credea, che l'ultima investitura dovess'esser quella, che Carlo II prese nell'anno 1666 dal Pontefice Alessandro VII. Per una consimile occasione si tolse l'investitura del Regno di Sicilia; poichè negando sempre i Pontefici romani di darla al Re Pietro d'Aragona, ed a' suoi successori Re Aragonesi, per non offendere Carlo I d'Angiò, ed i suoi successori Re Angioini; gli Aragonesi da poi, riflettendo, che niente di male per ciò loro era avvenuto, nè più di ciò ch'essi aveano in quel Regno loro si dava, se non un poco di carta con quattro parole scritte, siccome solea dire il Re Carlo III di Durazzo al Pontefice Urbano VI, non si curarono più di cercarla; onde, siccome per certa usanza si trovava ivi introdotta, così per contrario uso rimase quella affatto abolita; tal che da poi nè il Re Alfonso I di Aragona, nè Ferdinando il Cattolico, nè gli altri Re dell'augustissima Casa Austriaca giammai la dimandarono, e rimase solo per lo Regno di Napoli.

Parimente i Pontefici romani per un tempo s'arrogarono la podestà di dar l'investitura del Regno di Sardegna, siccome in effetto Bonifacio VIII la diede a Giacomo Re d'Aragona; ma poi que' Re non si sognarono più di cercarla[93]. E ne' Regni d'Aragona medesima e di Valenza pur pretesero lo stesso, siccome fece Martino IV, che privò di quelli Regni Pietro Re d'Aragona, e ne diede l'investitura a Carlo di Valois figliuolo di Filippo Re di Francia. Ma sono ormai scorsi cinque secoli, che gl'istessi romani Pontefici hanno lasciato tali pensieri e tali pretensioni[94]. Lo pretesero ancora nel Regno d'Inghilterra, siccome si praticò in tempo di Re Giovanni, il quale volle riceverne l'investitura e l'incoronazione dal Papa, che vi mandò per tal effetto Pandolfo suo Legato appostolico ad incoronarlo[95]. Ma da poi gli altri Re d'Inghilterra non si sognarono in conto veruno cercarne più investitura, nè fu più praticata. Il medesimo tentarono nel Regno di Scozia a tempo d'Odoardo I, che refutò il Regno alla Chiesa romana. Ma gl'Inglesi niente di ciò curando, fecero sentire al Papa, che non s'impacciasse con gli Scoti, ch'erano sudditi e vassalli del Re d'Inghilterra[96]. Sono per ultimo note le intraprese de' romani Pontefici sopra l'Impero romano germanico, che veniva da loro connumerato tra' feudi della Chiesa romana, e che per ciò fosse della lor potestà eleggere gl'Imperadori. Ma da poi fu tolta ogni soggezione, ed ora la potestà d'eleggere è rimasa assolutamente presso i Principi Elettori, con essersi anche tolta quella cerimonia d'andarsi a coronare in Roma per mano del Pontefice. Così secondo le opportunità, che le si presentarono, tolsero i savj Principi da' loro reami queste soggezioni, le quali introdotte ne' tempi dell'ignoranza, siccome per abuso s'erano in quelli stabilite, così per contrario uso furono abolite.

Con tutto ciò essendo a' 19 marzo dell'anno 1721 morto Papa Clemente XI, in età di 72 anni, dopo un lungo Pontificato d'anni, poco men che ventuno, ed essendo stato eletto in suo luogo nel mese di maggio del medesimo anno il Cardinal Conti col nome d'Innocenzio XIII che ora con somma lode di prudenza e bontà regge la Sede appostolica, non ha costui fatto passar un anno del suo Pontificato, ch'essendone stato richiesto dal nostro Imperadore (per fini forse più alti e prudenti, che a noi cotanto umili e bassi, non lece indagare) glie n'ha conceduta l'investitura, con avergliene in maggio del passato anno 1722 spedita Bolla, nella quale, non altramente che fece Lione X coll'Imperador Carlo V, fu duopo dispensare alla legge dell'antiche investiture, le quali proibivano a' Re di Napoli d'essere Imperadori, o Re di Romani, e s'intendevano decaduti dal Regno, accettando la Corona imperiale; siccome si è potuto vedere ne' precedenti libri di quest'Istoria.

(La Bolla colla quale Leone X dispensò l'Imperador Carlo V da questa legge, spedita a' 3 giugno dell'anno 1521 si legge presso Lunig tom. 2 pag. 1343.)

(Il Cardinale Althann, che si trovava allora in Roma Legato di Cesare, nel dì 9 giugno del medesimo anno 1722, diede in nome dell'Imperadore, come Re di Napoli, il giuramento di fedeltà avanti una generale congregazione di Cardinali, ed al Tribunale della Camera papale, presenti li suoi Protonotarj, ricevendo dal Papa l'investitura. Da poi a' 28 del medesimo mese nella vigilia di San Pietro, giorno da antichissimo tempo statuito a questa prestazione, il Colonna, come Gran Contestabile del Regno presentò il cavallo bianco, ed il solito censo, con solenne celebrità e gran pompa, per render gli altrui trionfi più maestosi e splendidi. La relazione di questa solenne funzione con le ristucchevoli cerimonie usate, non si dimenticò Struvio inserirla nella giunta del suo Corpus Hist. Germ. tom. 2 period. 10 sect. 13 de Carolo VI §. 47 nella pag 4112).

Ma il decorso del tempo, e gli avvenimenti dell'anno 1734 han fatto chiaramente conoscere quanto ai nostri tempi riesca a' Re di Napoli inutile il cercare, ed ottenere tali vane Investiture, e che queste celebrità e pompe di presentarsi ogni anno per tributo il censo di settemila ducati d'oro, ed il cavallo bianco, siano tutte spese perdute, che si potrebbero impiegare a miglior uso. Che profitto ricavonne L'Imperador Carlo VI di averla ottenuta da Innocenzio XIII? se non quello di avere Clemente XII successore, non già impedita, ma agevolata l'impresa all'Infante di Spagna Don Carlo inviato dal Re Filippo V suo Padre ad occupar il Regno, e discacciarne il legittimo possessore. Niente gli valse l'investitura d'Innocenzio. Niente que' giusti e legittimi titoli che ne avea, non solo per le ragioni di succedere al Re Carlo II, ma in vigore di più istromenti di pace stipulati e firmati con giuramento fra l'Imperadore ed il Re Filippo, così nella pace stabilita in Vienna nell'anno 1725 in esecuzione della pace di Londra del 1718, e ratificata con tanti altri reiterati atti ne' susseguenti tempi, come nelle altre convenzioni seguite prima e dopo la pace di Siviglia, per le quali i Regni di Napoli e di Sicilia per titolo di transazione irrevocabile si cedevano dal Re di Spagna perpetualmente all'Imperador Carlo; siccome questi all'incontro cedeva le sue pretensioni sopra tutta la Spagna e l'Indie al Re Filippo. Non s'incontrerà certamente nelle istorie esempio più chiaro e manifesto, che ad un principe, alla legittimità del possesso siansi accoppiati tanti giusti e validi titoli, quanto che a riguardo di questi due Regni all'Imperador Carlo. E pure il Vicario di Cristo, che dee zelar cotanto per la giustizia, che dee esclamare, increpare, maledire, ed opporsi agl'invasori, tanto è lontano che ciò abbia fatto, che al contrario agevolò l'impresa, somministrò alle truppe nel passaggio ogni agio ed abbondanza di vettovaglie e di viveri, ed animava i Popoli alla resa. Come colui, che si pretende padron diretto di questo Regno, riputandolo vero Feudo della Sede, anzi della Camera Appostolica, e che i Re dopo esserne stati investiti siano veri suoi Feudatarii, non si oppone all'invasore? e le leggi Feudali istesse esclamano, che di sua natura il feudo essendo da altrui invaso, porti seco l'indispensabil obbligo al padron diretto di difendere il Feudatario, opporsi all'invasore e far tutto ciò che possa per impedire l'invasione. A che dunque giovano oggi queste varie, ed inutili investiture? Almanco a' tempi antichi gl'Investiti erano sicuri, che i Pontefici si armavano a lor difesa; e quando non potevano far altro scomunicavano gli aggressori, interdicevano i loro Stati e scagliavano anatemi terribili contro i fautori e tutti coloro che gli prestavan ajuto e soccorso. Che non fecero li Pontefici romani contro Re Pietro d'Aragona, quando occupò il Regno di Sicilia, togliendolo al Re Carlo I d'Angiò, che n'avea avuta Investitura da Papa Clemente IV per se e suoi discendenti? che non fecero i successori di Clemente, morto Re Pietro, contro Re Giacomo suo figliuolo, e contro Re Federico fratello di Giacomo?

In tempo del famoso scisma, quando in Napoli si conoscevano, secondo le fazioni, due Re e due Pontefici, ciascun Papa difendeva contro l'altro il da lui investito, e si pugnava ferocemente fra di loro, come pro aris, et focis; ed i libri di quest'Istoria Civile sono pieni di contenzioni e brighe nate per occasioni simili.

Ma al presente i Papi riposatamente vogliono attendere il successo delle armi, e tutti soccorrono al vincitore, e discacciano il vinto. Quando nel mese di aprile dell'anno 1734 l'Infante Don Carlo entrò colle sue truppe nel Regno, ed i Napoletani se gli resero; poichè in sue mani non erano ancora passate le piazze di Gaeta, Capua, Pescara; ed i Castelli della Puglia, e di Calabria; ed erano ancora nel Regno Milizie Alemanne; sopraggiunto il mese di giugno, dovendosi nella vigilia de' SS. Apostoli Pietro e Paolo pagar il censo, e presentar il cavallo bianco con la usata celebrità e pompa, Clemente XII escluse l'Infante e ricevè dall'Imperadore, siccome per lo passato, il censo e la Chinea; ma nel mese di giugno del seguente anno 1735 essendosi già rese quelle Piazze e tutti i Castelli all'Infante D. Carlo, e dissipate le truppe Alemanne, allora la Corte di Roma mutò stile, ed il Papa ricusò di ricevere nel dì stabilito il censo e la Chinea dall'Imperadore, con tutto che dal Principe di S. Croce destinato dal medesimo per suo Ambasciador estraordinario a questo atto, si fosse offerto di pagar il censo e di presentar la Chinea; anzi la Camera Appostolica non volle ammetterlo nè meno a farne deposito; e ciò perchè il Papa gliel'avea proibito, dando fuori un suo motu proprio, col quale comandava de plenitudine potestatis Pontificiae, che in quell'anno si fosse prolungata e differita la presentazione e pagamento per il tempo e tempi a nostro arbitrio, come sono le sue parole, sicchè si prolungasse non solo il deposito, e pagamento delli ducati 7000 d'oro, ma anche la solenne funzione del Cavallo Bianco, o sia Chinea. E quel ch'è da notare, nel motu proprio dichiara il Papa tal ricognizione doverseli pel supremo e diretto dominio, che noi e questa S. Sede abbiamo sopra il Regno dell'una e dell'altra Sicilia: chiamandolo Regno nostro. Ma merita assai maggiore ponderazione che si contrastava per parte dell'Imperadore la soggezione, ed in tutte le maniere d'un Regno del quale egli era assoluto Signore e vero Monarca, voleva esserne Feudatario, e vassallo della S. Sede; poichè il Cardinal Cienfuegos ministro Plenipotenziario dell'Imperadore nella Corte di Roma, avendone avuta special commessione da Cesare per suo imperial dispaccio de' 18 giugno, mandatogli per espresso, altamente a' 28 del suddetto mese protestò contro il motu proprio del Papa, come manifestamente ingiurioso a S. C. M. e lesivo de' suoi diritti, e come quello, che andava a violare a dirittura la fede del patto reciproco, che sempre esiste fra il Padron diretto, ed il Feudatario: soggiungendo e rinfacciando al Papa, che non ammettendosi la presentazione della Chinea ed il pagamento del censo nel giorno convenuto senz'alcuna delle solite legittime cause, la Santità vostra autorizza la ingiusta occupazione del Feudo, mettendosi dalla parte dell'usurpatore, a cui è stata anche facilitata l'impresa, quando più tosto ragion voleva, che il Feudatario fosse ajutato dal Padrone diretto nella difesa del Feudo. Soggiunge in oltre che essendo l'Imperadore l'unico legittimo Feudatario investito dalla S. Sede.... quantunque con la forza sia stato spogliato del Feudo, ritiene però sempre l'animo di ricuperarlo. Si protesta adunque col Papa e suoi ministri camerali di nullità e d'ingiustizia contro la suddetta dilazione, la quale, come sono le sue parole, espressamente e legalmente disapprovata da S. M. non possa, nè debba in qualunque tempo ed occasione allegarsi in suo danno e pregiudizio de' suoi diritti; ma che anzi si debbo riputare e considerare, si reputi e consideri sempre come voluta da V. S. senz'alcuna delle solite legittime necessarie cause, e non ammessa, nè approvata, ma bensì espressamente disapprovata e rigettata da S. M. la quale in effetto ha instato con tutto il vigore, e non cessa d'insistere affinchè si riceva il pagamento del censo, e la presentazione della Chinea al tempo prescritto e convenuto nelle Investiture; protestandosi altresì che affine di far conoscere e manifestare la nullità, e la ingiustizia di una tal dilazione, ed insieme l'aggravio e la violenza, che soffre S. M. come Feudatario della S. Sede, si servirà di tutti i mezzi leciti, che dalla naturale difesa e dalle leggi si prescrivono, affine di preservare il suo diritto legittimamente acquistato, e vendicare le sue ragioni.