Queste querele e proteste firmate a' 28 giugno dal Cardinale furono per mezzo di pubblico Notaro presentate e notificate a' Ministri Camerali, i quali le riceverono colle solite clausole forensi sic et in quantum; ma nell'istesso tempo ordinarono per lor Decreto: in omnibus esse servandum Motum proprium Sanctissimi.
Chi crederebbe, che il fascino nelle menti umane possa giungere a tanto, che ama e si contrasta la propria soggezione e servitù, essendo assoluti e liberi? che nulla tutto ciò giovando per discacciar l'invasore, ma tutto il presidio essendo riposto nelle armi, si voglia profonder denaro in cose vane ed inutili, e non più tosto impiegarlo ad accrescer truppe e milizie, che sono i più efficaci mezzi per vendicar i torti e le offese? A ragione adunque potrebbesi esclamare:
O miseras hominum mentes, o pectora coeca.
Qualibus in tenebris vitae.....
Degitur hoc aevi!
CAPITOLO V. Stato della nostra Giurisprudenza e dell'altre discipline, che fiorirono fra noi nella fine del secolo XVII insino a questi ultimi tempi.
I progressi, che la Giurisprudenza e le altre scienze fecero fra noi nel Regno di Carlo II sino al presente furono veramente maravigliosi. Eransi negli altri Regni d'Europa e spezialmente in Francia ristabilite già e ridotte nel più alto punto di perfezione sin dal principio di questo secolo XVII, e nel suo decorso. Presso di noi però più tardi si perfezionarono, e ricevettero maggior politezza e candore. La nostra Giurisprudenza per Francesco d'Andrea, e per quegli altri che lo seguirono, prese, come si disse, miglior forma, e non men nelle Cattedre, che nel Foro si cominciarono ad insegnar le leggi con nuovi metodi, ed a disputar gli articoli legali secondo i veri principj della nostra Giurisprudenza, e secondo l'interpretazioni de' più eruditi Giureconsulti. La Filosofia, che sino a questi tempi era stata fra noi ristretta ne' Chiostri, e ridotta, o ad alcune sottigliezze di Logica e di Metafisica, o ad alcuni discorsi vani ed inutili, prese un nuovo lustro dallo studio delle scienze naturali e da un'infinità di nuovi scoprimenti, e dal buon metodo posto in uso per trattarla. La Medicina profittandosi degli scoprimenti della Fisica, e dell'uso di molti medicamenti ignoti agli antichi, si scoprì non tanto inutile per le malattie. Le Matematiche, e in spezie l'Algebra, furono spinte sino all'ultima astrazione col mezzo di metodi nuovi. Le Accademie istituite fra noi, e composte in questi tempi di uomini insigni, contribuirono non poco, per le lingue, per l'eloquenza e per l'erudizione alla perfezione delle scienze ed all'avanzamento della letteratura. Ridusse finalmente presso noi nell'ultimo punto di perfezione le discipline il commerzio, che per mezzo de' Giornali de' Letterati s'introdusse fra noi, con la Francia, la Germania e l'Olanda; poichè col mezzo di questo gran numero di Giornali, che da quelle province escono, ogni uno può aver notizia de' libri, che s'imprimono in Europa, delle materie che contengono, e degli avvisi della Repubblica Letteraria.
Ne' nostri Tribunali, per quanto s'appartiene alla Giurisprudenza, come si è veduto, Francesco d'Andrea fu il primo, che l'adoperò secondo i veri principj, e secondo le interpretazioni di Cujacio e degli altri eruditi, non men orando, che scrivendo; ed avendo egli per più anni esercitata fra noi l'avvocazione, ed acquistato quel grido, che il Mondo sa, acquistò ancora molti imitatori; onde nel nostro Foro cominciaron poi a distinguersi i meri Forensi da' veri Giureconsulti. Creato poi egli dal Conte di S. Stefano Giudice di Vicaria, e per mezzo del medesimo tosto promosso dal Re Carlo II al posto di Consigliere, e poi d'Avvocato Fiscale della Regia Camera, non mancò, esercitando questa carica, nelle sue allegazioni, e sopra ogni altra in quella famosa disputazion feudale[97], d'accoppiare insieme l'erudizione, l'istoria, e la vera Giurisprudenza colle disputazioni Forensi. Dopo tre anni di quest'esercizio, ottenne dal Re di far ritorno nel Sagro Consiglio; da dove poi per le stravaganti sue infermità, e per voler nel rimanente di sua vita vivere a se medesimo, ed attendere più quietamente allo studio della Filosofia, di cui erasi oltremodo invaghito, licenziossi, ed abbandonando la città e tutt'i luoghi più frequentati, ritirossi nelle solitudini di Candela, picciola terra dello Stato di Melfi. Quivi morì quest'incomparabile Giureconsulto, dopo alquanti giorni d'infermità, assistito dal Governadore di quello Stato e da più Religiosi; ed a' 10 settembre dell'anno 1698, su le 21 ore rendè al suo Fattore l'immortal sua anima; ed il giorno seguente da Monsignor Spinelli Vescovo di Melfi gli furono celebrati nobili e divoti funerali.
Dopo costui, chi più se gli avvicinasse nell'eloquenza e nell'erudizione, e sostenesse nel Foro l'arte del ben dire e scrivere, fu il famoso Avvocato Serafino Biscardi. Ebbe ancor costui per compagni, se non nell'eloquenza, nel sapere e nell'erudizione, D. Niccolò Caravita, ed Amato Danio; e nella dottrina legale que' due profondi Giureconsulti Pietro di Fusco e Flavio Gurgo. Ve ne furono ancora degli altri che sostennero ne' nostri Tribunali la vera arte del dire e del sapere, li quali durando ancor fra noi, e collocati nei primi onori del magistrato temerei offendere la lor modestia in favellandone; ma fra questi la gratitudine e l'aver io il pregio d'essere stato nel Foro suo discepolo, non comportano, che io taccia d'uno, che per giudicio universale è fuor d'ogni invidia e d'ogni emulazione. Questi è l'incomparabile Gaetano Argento, il quale fin dalla sua tenera età, fornito della più recondita e pellegrina erudizione, e consumato nello studio delle lingue, dell'istoria e delle buone lettere, applicò i suoi rari talenti negli studi legali, dove per la penetrazione del suo divino ingegno, per la stupenda memoria e per l'instancabile applicazione, riuscì al Mondo di miracolo; tal che per la profondità del suo sapere, e spezialmente nella Giurisprudenza, superò quanti Giureconsulti fra noi giammai fiorissero. Ed innalzato da poi a' supremi magistrati, ed al sommo onore di Presidente del nostro Sagro Consiglio, rilusse assai più luminosa la sua fama; poichè soprastando agli affari più gravi e rilevanti dello Stato, fece conoscere quanto in lui non meno potessero le lettere e le discipline, che la sapienza e l'arte del Governo.
Fu sostenuto da questi preclari ingegni il candor della nostra Giurisprudenza nel Foro; ma non mancarono ancora a questi tempi altri nobili spiriti, che lo sostennero nell'Università de' nostri studi. Erasi, come si disse, cominciato già in quest'Università ad insegnarsi con maggior pulitezza di ciò che prima facevasi; ma non s'era venuto a quella perfezione, colla quale insegnavasi nell'altre Università, e particolarmente in quelle di Francia; ma posto che ebbe in quella il piede il famoso Cattedratico Domenico Aulisio, fu ridotta nell'ultimo punto di perfezione. Egli per la sua varia e profonda erudizione, e sopra tutto della Romana e della Greca, per la perizia delle lingue, e per la sua somma e minuta esattezza, v'introdusse il vero metodo di spiegar le leggi. Fu ancora il primo, per li suoi maravigliosi concorsi, a dar norma agli Oppositori nelle Cattedre, come e con qual metodo dovessero quelli farsi, sì che non divagandosi fuori del testo, come si solea prima, in premesse ampliazioni, limitazioni e corollarj, si venisse all'interna sposizion di quello, ed a penetrarne i veri sensi, e con chiarezza poi e nettezza e proprietà di parole spiegarli. Fu quest'uomo ammirabile per la non men varia che profonda perizia, ch'e' possedeva in tutte le discipline. Egli fu non men profondo nella vera Giurisprudenza, come lo dimostrano le sue opere, che nelle Matematiche, nelle lingue, non men Latina e Greca, che nell'altre Orientali; nello studio delle lettere umane, ed in tutte le arti liberali. Grande antiquario e sopra tutto vago dello studio dell'antiche medaglie e degli altri monumenti dell'antichità. Profondo nella filosofia, nella poetica, nell'arte oratoria; ed insino sopra la medicina avea fatti studi immensi, tal che avea composta un esatta e peregrina Istoria della Medicina, che intendeva di dare alle stampe; ma per la sua natural tepidezza, sempre dubbio e vacillante e non soddisfacendosi mai delle sue stesse fatiche, prevenuto da Daniele le Clerc, rimane ora fra gli altri suoi M. S. che ci lasciò. L'opera delle Scuole Sacre, che fra breve uscirà alla luce del Mondo, s'era pure da lui ridotta in punto di darsi alle stampe, ma per l'istessa cagione, rimane ora alla discrezione del suo erede quando e come vorrà darla. Le opere sue legali, che si sono ora impresse, egli non l'avea dettate a questo fine, ma solo per insegnarle nelle cattedre a' suoi scolari, ed avrebbe ascritto a grande ingiuria del suo nome, se in sua vita taluno avesse avuto quest'ardimento. Ma presso me, a cui egli, come uno de' suoi più cari discepoli, raccomandò i suoi scritti, ha potuto più il pubblico beneficio, che la privata sua ingiuria; poichè, sebbene egli per la natural sua modestia, e pel poco concetto, che avea delle cose sue istesse, sentisse sì parcamente di queste sue fatiche, siamo sicuri che per l'utilità, che apporteranno, il giudicio del Mondo sarà molto diverso da quello del loro autore. Ha egli lasciate pure molte altre sue fatiche intorno alla poetica, all'arte oratoria, alla dottrina ed emendazione de' tempi, alle matematiche, alla filosofia e vari altri componimenti; ma tutti imperfetti e pieni di cassature ed inestricabili postille: d'alcuna delle quali forse a miglior tempo ed a maggior ozio, ne sarà partecipe la Repubblica Letteraria.