Per quest'eminente sua letteratura, vacata nell'anno 1695, per la morte di D. Felice Aquadia, la cattedra primaria vespertina del Jus Civile, fu con pienezza di voti a quella innalzato con soldo di ducati 1100, l'anno, la qual fu da lui sostenuta con sommo splendore e gloria; tal che per lui l'Università de' nostri studi non ebbe che invidiare a qualunque altra più illustre di Spagna, o di Francia, ed in quella insegnò sino alla fine di gennajo del 1717, anno della sua morte. Ma se questa perdita fu per noi grave ed inestimabile, niente però si scemò di pregio alla cattedra ed alla nostra Università; poichè ben tosto, espostasi quella a concorso, fu con universal consentimento provveduta in persona d'un pari ed insigne Cattedratico D. Nicolò Capasso, che ora degnamente la sostiene, il quale essendo stato il primo fra noi ad insegnare ne' nostri studi il Jus Canonico, secondo i veri principj tratti da' Concilj e da' Padri, col soccorso dell'Istoria Ecclesiastica, e secondo l'interpretazione de' più culti ed eruditi Canonisti, siccome prima avea illustrata e posta in maggior splendore quella Cattedra Canonica, così ora da lui, per la sua eloquenza, dottrina legale, somma erudizione e perizia delle lingue, vien sostenuta la Primaria Civile, con non minor decoro e concorso di quello ch'era in tempo del suo predecessore.
Furono ancora a questi tempi in migliore stato ridotte l'altre cattedre di questa Università per le altre scienze che quivi s'insegnano. Tommaso Cornelio, come fu detto, avea introdotta in Napoli la nuova filosofia, ed egli proccurò, che le opere di Renato des Cartes quivi s'introducessero: ebbe egli in questi principj per compagno Lionardo di Capoa, medico e filosofo ancor egli: onde congiunti insieme cominciarono a promuovere le buone lettere, e sopra tutto la filosofia e la medicina. Poco da poi, alcuni di più accorto ingegno, tratti dal loro esempio, si diedero anch'essi a questa nuova maniera di filosofare, e lasciando da parte tutto ciò, che nelle scuole fra' chiostri aveano appreso, si applicarono a questi nuovi studi. Trovarono costoro a questi tempi un potente protettore, D. Andrea Concubletto Marchese dell'Arena, il quale mosso dall'affetto ardentissimo, ch'egli avea a sì fatti studi, e punto anche da generosa invidia, che ove in altre parti d'Europa la buona filosofia trionfava, solo in Napoli fosse negletta, e da pochi conosciuta, diedesi con grande studio a proccurare, che coloro che n'aveano vaghezza in qualche luogo s'unissero, dove con sottili ricerche e speculazioni si proccurasse spingere più avanti le cognizioni sopra questo soggetto. Eransi già prima, non meno in Parigi che in Inghilterra, introdotte consimili Accademie di Scienze; onde ad imitazione di quelle studiavasi l'Arena promuovere questa sua. Fu per tanto scelta la casa istessa del Marchese per luogo di quest'Adunanza, alla quale s'ascrissero gli uomini più dotti di que' tempi. Fu dato il nome all'Accademia degl'Investiganti, che per impresa avea un Can bracco, col motto Lucreziano: Vestigia lustra[98].
I più insigni, che quivi s'arrolarono, e de' quali ne rimane a noi ancora memoria, furono oltre il Cornelio, ed il Capoa, il cotanto da noi celebrato Camillo Pellegrino, il quale, sebbene in tutto il corso della sua vita avesse consumati i suoi giorni in studi diversi, cioè dell'istoria, e nelle ricerche delle nostre antichità; erasi poi nella vecchiaja così ardentemente acceso dei nuovi ritrovamenti e metodi di questa novella Filosofia, che accusava la sua grave età, che non gli permettesse porre ogni opera in questi studi. Il cotanto presso noi rinomato Francesco d'Andrea, ed il suo fratello D. Carlo Buragna, che restituì in Napoli l'Italiana Poesia, e che alla gran perizia della Geometria e della Fisica accoppiava una perfetta cognizione di tutte e tre le lingue. Giovambattista Capucci, profondo Filosofo, ed adornato di molta letteratura. Sebastiano Bartoli famoso Medico di que' tempi, di cui il nostro Vicerè D. Pietrantonio d'Aragona ebbe tanta stima e concetto. Lucantonio Porzio gran filosofo e medico, che in quest'Adunanza vi recitò nobili e profonde lezioni intorno al sorgimento de' licori, e sopra altre sue filosofiche investigazioni[99]. Vi s'ascrissero ancora i Nobili Daniello Spinola e D. Michele Gentile; e vollero pure aggregarvisi Monsignor Caramuele Vescovo allora di Campagna, ed il P. Pietro Lizzardi Gesuita, oltre tanti altri preclari spiriti, che furono tutto intesi colle loro gloriose fatiche a scuotere il durissimo giogo, che la Filosofia de' Chiostri avea posto sopra la cervice de' nostri Napoletani.
Quest'Adunanza per la partenza del Marchese d'Arena da Napoli, e per la di lui morte non guari da poi seguita, si disciolse; ma non per ciò i suoi Accademici, chi insegnando nelle Cattedre, e chi scrivendo nobilissimi trattati, si trattennero di promuovere questi studi; tal che in brevissimo tempo fecero notabilissimi progressi, ed acquistarono molti seguaci, diffondendo non men questa Filosofia, che le altre buone lettere; e nella Medicina, Notomia, Botanica e nelle Matematiche, e spezialmente nell'Algebra introdussero nuovi metodi, e stesero molto le loro conoscenze. Quelli che non ebber genio d'esporsi a' concorsi per ottener le Cattedre, si segnalarono colle loro opere in diffondendo le novelle dottrine. Lionardo di Capoa si rese celebre per li suoi Pareri, che diede alle stampe. Gregorio Caloprese, ancor'egli profondo Filosofo, diede saggi ben chiari, quanto nella Cartesiana Filosofia valesse, co' suoi dotti scritti; ed il somigliante fecero tanti altri preclari e nobili spiriti.
Coloro che aspirarono alle Cattedre non men colle opere che diedero alle stampe, che con insegnar ivi pubblicamente le scienze, innalzarono assai più la nostra Università degli Studi; tal che non meno per le leggi civili e canoniche, che per le altre facoltà quivi insegnate con maggior pulitezza e candore, si vide ella fiorire a pari delle maggiori Università d'Europa. La Cattedra della Medicina fiorì sotto il celebre Luca Tozzi, famoso per le sue opere date alle stampe; la qual dopo la di lui morte, non pur niente perdè di splendore, ma ne acquistò un maggiore, per vedersi ora in sua vece sostenuta da un più chiaro e risplendente lume, quanto, e quale il cotanto celebre Niccolò Cirillo. Quella della Notomia è pur anche occupata da Lucantonio Porzio, famoso ancor'egli in tutta Europa per profondità di sapere e per le insigni sue opere date alle stampe. Non men di queste furono le altre di Matematica, e d'Eloquenza, sostenute, siccome ancor ora si sostengono, da valenti professori. Erasi in quest'Università, per le precedute sciagure, estinta la cattedra della Lingua Greca: ma nel governo del marchese de los Velez fu nell'anno 1682 quella ristabilita[100]; e quel che accrebbe a lei maggior splendore, fu d'essersi provveduta in persona del Sacerdote D. Gregorio Messeri, gran maestro di tal lingua, e riputato de' primi in tutta Italia: tal che quanto oggi si sa fra noi di questo idioma, tutto si deve a questo insigne professore.
Nel medesimo anno la Botanica fu pure in Napoli maggiormente ristabilita, mercè la cura che se ne prese D. Francesco Filamarini, il quale eletto Governadore dell'Ospedale della Nunziata di Napoli, fece per comun utilità, a spese del medesimo, piantar un orto di semplici fuori le porte della città nel luogo detto la Montagnola, di cui poi se ne prese il pensiere Tommaso Donzelli celebre Medico de' nostri tempi, che l'ordinò ed arricchì di molte piante[101]. Prima di lui Mario Schipano avea pure coltivati questi studi, che furono a noi tramandati dal famoso Fabio Colonna; ed a' nostri tempi Gio. Battista Guarnieri rinomato Medico e Cattedratico vi avea ancor fatti notabili progressi.
Fu ancora a questi medesimi tempi restituita fra noi nel suo antico splendore la Poesia Italiana per Carlo Buragna, Pirro Schettini, ed altri eccellenti Poeti, che vi fiorirono. Le altre buone lettere, l'erudizione e le lingue fecero grandi progressi sotto il governo del Duca di Medina Coeli, che le protesse non meno, che i professori di quelle. Gli studi, che a noi vennero più tardi, furono quelli dell'Istoria Ecclesiastica e della Teologia Dogmatica, li quali in Francia s'erano spinti sino all'ultimo punto di perfezione; ma applicatisi, ancorchè tardi, i nostri ingegni a quelli, alcuni vi riusciron eminenti: tal che introdotte fra noi tutte le buone discipline, fu restituita la città ed il Regno in quella pulitezza e letteratura, che ora ciascun vede.
CAPITOLO VI. Politia Ecclesiastica di questi ultimi tempi.
Mentre durò il Regno di Carlo II non fu veduto cangiamento alcuno in noi in ciò che riguarda la Politia Ecclesiastica; ma furono da' suoi Vicerè Spagnuoli calcati i medesimi sentieri de' loro predecessori. Due esemplarissimi Pontefici, che fra questo tempo ressero la Sede Appostolica ridussero a più moderato stato le cose; e zelanti dell'onor di Dio, attesero più alla riforma de' costumi degli Ecclesiastici, che a promuovere le pretensioni di quella Corte sopra il temporale de' Principi. Innocenzio XI per la bontà della vita ed innocenza de' costumi trasse a se il rispetto e la riverenza, non pur de' Principi Cattolici, ma eziandio de' pretesi Riformati. Fu tutto inteso ad estirpare gli abusi introdotti nell'ordine Chericale; condannò la rilasciatezza e le perniziose dottrine, che aveano sparse nelle loro opere gli scandalosi Casuisti: ripresse l'insolenza ed audacia de' monaci, e pubblicò nell'anno 1680 una Bolla contro lo sgangherato modo di predicare introdotto da essi, i quali avvezzi alle sofisticherie delle loro scuole, ed ignoranti non men dell'arte dell'eloquenza, che di tutt'altro, erano tutti intenti a vane argutezze di parole, ad antitesi, ad allusioni, a metafore stravolte: ed applicavano anche a quest'uso i luoghi della Scrittura e de' Padri, stravolgendoli, e stiracchiandoli a lor modo. Innocenzio XII come nostro Napoletano amò la quiete del Regno, e si studiava di beneficarlo. Per aver egli tenuta la Sede Arcivescovile di Napoli per molto tempo, erangli noti gli abusi e le corruttele dell'Ordine Ecclesiastico, e sopra tutto l'estorsioni del Tribunal della Nunziatura, e de' suoi Commessarj per lo Regno; ed i crudeli Spogli che si praticavano: tal che commiserando lo stato calamitoso delle nostre Chiese, deliberò rimettere gli Spogli delle Chiese, non comprese nella concordia, in beneficio delle Chiese stesse, con che dovesse impiegarsi tutto ciò che si fosse trovato negli Spogli, in reparazione ed ornamento di quelle, col consenso del futuro Vescovo o Prelato, ed intervento di persona deputata dal Capitolo, siccome stabilì per sua Bolla. E si crede che se i nostri Napoletani avessero insistito a dirittura con questo Pontefice sopra la dimanda, che allora fecero a Carlo II di provvedersi i Beneficj a' Nazionali, in esclusione degli esteri, forse l'avrebbero indotto a contentarsene. Tolse questo zelante Pontefice molti altri abusi introdotti nella Chiesa ed emendò per quanto potè la Corte istessa di Roma. Abolì lo scandalo del nepotismo, e chiamò suoi nepoti i poveri, dando loro per abitazione il Palagio Lateranense, magnificamente ristorato. Tolse ancora la venalità de' Chericati di Camera, ed ordinò, che per l'avvenire le Chiese parrocchiali non fossero aggravate di pensioni. Stabilì una Congregazione a parte sopra la riforma degli Ecclesiastici; ed un'altra per la disciplina de' Regolari; e con sua Bolla diminuì l'autorità de' Cardinali Protettori di Ordini Religiosi. Vietò a' Preti di mettersi al servigio de' laici, moderò il lusso de' loro abiti, proibì agli Ecclesiastici di portar perucca, e diede altri provvedimenti, perchè la rilasciata lor disciplina alquanto si rialzasse.
Ma poco tempo durarono questi buoni regolamenti; poichè appena lui morto, succeduto nel Pontificato Clemente XI, che avea menati tutti i suoi giorni tra i raggiri di quella Corte, ed allevato colle di lei massime, si ritornò a' primieri disordini. Furono con varie e sforzate interpetrazioni, rendute inutili le Costituzioni di quel religioso Pontefice; rinovate le intraprese, e non vi fu Papa, che in un medesimo tempo avesse prese tante brighe con vari Principi, quanto costui. Egli ebbe contese col Duca di Savoja, colla Spagna e coll'Alemagna: tentò d'abolire la Monarchia di Sicilia, ancorchè con inutile successo; ed in fine di non far valere nel nostro Regno i sovrani diritti de' nostri Principi; nè meno le concessioni istesse del suo predecessore fatte al Regno ed alle nostre Chiese.